COMUNICATO ANPI PROVINCIALE

A Como i fascisti hanno imbrattato i muri con manifesti inneggianti ai camerati. A Como, da parte delle autorità di polizia è stato concesso ai fascisti di promuovere un corteo per ricordare un loro “caduto” .

A Como, Città con l’unico Monumento alla Resistenza Europea, l’ANPI è l’unica organizzazione antifascista che sente il bisogno di reagire in mezzo ad un’assordante silenzio. Sarebbe opportuno, da parte delle autorità, meno monitoraggio e più decisione nel perseguire azioni palesemente fasciste.

L’esempio  ci viene dalla Procura di Tivoli che ha indagato il Sindaco e due assessori di Affile con l’ipotesi di di apologia di fascismo, pensiamo che sarebbe opportuno seguire questa strada anche nella nostra città.

L’abbiamo già fatto presente di persona ieri mattina alla celebrazione del 25 Aprile. Rinnoviamo i nostri ringraziamenti all’assessore Iantorno per aver fatto togliere alcuni manifesti, certo che con un piccolo sforzo si poteva fare di più.

Come ANPI stiamo valutando l’opportunità di presentare nei prossimi giorni un esposto denuncia alla Procura della Repubblica per i manifesti di ieri e la sfilata di oggi.

Lavoriamo perché il futuro non ci trovi impreparati!


 Il Comitato Provinciale di Como

dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

RIFLESSIONI SUGLI SCIOPERI DEL ’43

Il coraggio di respingere l’indifferenza e di sfidare il futuro

“Respingere l’indifferenza, la rassegnazione, la “distrazione”, in nome di quei che giovani che a partire dal 1943 ebbero il coraggio di riprendere in mano il loro destino e il loro futuro”, questo in estrema sintesi il significato dell’intervento del presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia, pronunciato il 9 marzo, in occasione della manifestazione di apertura del 70° anniversario della Resistenza, a Torino, al Teatro Carignano, per ricordare gli scioperi del marzo 1943.

Si avvia qui, oggi, nella splendida cornice di un bellissimo e glorioso Teatro, gremito, un lavoro che ci impegnerà  per i prossimi tre anni, per ricordare degnamente l’anniversario della Resistenza. Un avvio felice, bisogna dire, poiché oltre al ricordo ed alla rievocazione degli scioperi del marzo 1943, che saranno tenuti  dal Sindaco di Torino, Fassino, da un illustre storico come il Prof. Della Valle e dal Presidente Nazionale dell’Anpi a nome di tutte le Associazioni partigiane, ci sarà anche un importante tavola rotonda con i tre Segretari Generali delle Confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL, da cui dovrà nascere non solo un giudizio su quei fatti, ma anche un’attualizzazione.

E’ bene, infatti, che ci impegniamo tutti a fare in modo che le “celebrazioni” del 70° riescano ad evitare il connotato “liturgico” e di pura celebrazione. E’ doveroso, certamente, ricordare gli scioperi del ‘43, un atto di enorme coraggio e di grandissimo impegno politico; è doveroso anche ricordare le vittime, perché vi furono arrestati e deportati e non pochi persero la vita. Ma è altrettanto, e forse più, doveroso cogliere l’occasione per cercare di recare un contributo alla conoscenza ed  alla valutazione dei fatti, da molti – ancora oggi – ignorati, per una riflessione sul loro significato e valore, anche alla luce del presente e del futuro.

E’ stata, dunque, una scelta positiva quella di abbandonare il carattere celebrativo che troppe volte ha contraddistinto le nostre manifestazioni sulla Resistenza, per cercare di comprendere appieno ciò che è avvenuto in Italia tra il ’43 e il ’45 e per cogliere il ruolo rappresentato dagli scioperi, nel contesto complessivo della Resistenza; nel quale essi si inseriscono a buon diritto, anche perché quelli del marzo 1943 furono solo l’avvio di un movimento, che continuò con gli scioperi dell’estate, dell’autunno, dell’inverno del ’43, per poi arrivare ai grandissimi scioperi della primavera 1944, in concomitanza con le iniziative della Guerra di Liberazione e in particolare della Resistenza armata.

La Resistenza, infatti, è stata una vicenda straordinaria, forse la più bella e significativa della storia d’Italia; una vicenda che colpisce anche per la sua complessità, perché la lotta armata si coniugò con la resistenza non armata, nelle sue mille forme e manifestazioni, perché – per la prima volta nella storia – si trovarono a reagire alla dittatura fascista e poi alla occupazione tedesca, persone di varie ideologie, di varie professioni e mestieri, uomini e donne uniti nella stessa ansia di libertà e di democrazia.

Anche se è ormai pacifico che gli scioperi, anche quelli del marzo 1943, furono contrassegnati da una forte carica politica, è altrettanto sicuro che essi furono effettuati da tanti lavoratori diversi per idee e per consapevolezza, ma concordi nel cercare non solo la protesta ma anche il riscatto. Così, in tutta la Resistenza, poterono operare insieme comunisti, socialisti, cattolici, liberali, perfino monarchici e molti anche semplicemente contrari al fascismo e ansiosi di libertà.

E’ in questo contesto che si inserisce l’esplosione del 5 marzo 1943 e dei giorni seguenti, che lasciò stupiti e impreparati molti cittadini e molti fascisti, questi ultimi – poi – pronti a reagire con la violenza del potere.
Ed è questa la ragione per cui sono contrario a ridurre la Resistenza ai venti mesi che vanno dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 ed a valorizzare soltanto gli aspetti della lotta armata.

La Resistenza fu un insieme di atti e di comportamenti, armati e non, diretti a contrastare la prepotenza fascista, a liberare il Paese dalla dittatura e dall’occupazione tedesca, a preparare un futuro di democrazia. Ed è in questo complessivo contesto che vanno considerati anche gli scioperi, come parte integrante di un movimento di liberazione estremamente complesso  e ricco.
Di questo quadro, intendo sottolineare prima di ogni altra cosa un dato che è la costante di tutto ciò che è stata la Resistenza: il coraggio e la responsabilità delle scelte.

Per meglio capirlo, occorre partire dalla contestualizzazione degli scioperi del marzo 1943, che aprirono – appunto – una fase di lotta e di impegno civile che si concluse solo con l’insurrezione del 25 aprile.
Quando i lavoratori di Torino incrociarono le braccia, alle 10 del 5 marzo, da più di 20 anni erano spariti l’associazionismo, la solidarietà di classe, lo sciopero. Era dal 1926 e più ancora dal 1930, con l’avvento del nuovo codice penale, che lo sciopero era diventato un reato. E quale reato! Il codice penale lo puniva, soprattutto se collegato a finalità politiche, con pene  severe, che – considerata anche l’aggravante  dello stato di guerra e quella della finalità coercitiva dell’Autorità – prevedevano una sanzione fino a 2 anni di carcere per i partecipi e fino a 4 anni per i capi e promotori.

Ma il fatto, inconcepibile per il fascismo, era di per sé inseribile anche fra i reati contro la personalità dello Stato; e in questo caso si passava dall’associazionismo sovversivo, punito da 5 a 12 anni, al disfattismo politico o economico, punibile con pena non  inferiore a 5 anni. La competenza non era più del Tribunale ordinario o della Corte di Assise, ma del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, (organismo più politico che giudiziario) o addirittura dei Tribunali Militari.

Ma c’è ancora di più: essere considerato sovversivo, allora, significava essere esposto a qualcosa di più immediato delle sanzioni penali: dopo l’arresto, l’invio ai campi di concentramento o di sterminio, dove il trattamento è a tutti noto.
Di fatto, chi entrò in sciopero, sapeva a quali conseguenze andava incontro; e non era un’ipotesi teorica, perché, in effetti, furono centinaia gli arrestati o deportati; e di essi, non pochi non fecero più ritorno.

Eppure, al suono delle sirene, a partire dal 5 marzo, decine di migliaia di lavoratori entrarono in sciopero a Torino, a Milano, a Sesto S. Giovanni e in tanti altri luoghi (217 aziende e oltre 150.000 scioperanti, solo tra marzo e luglio).
Scioperi determinati da motivi economici, ma che contenevano qualcosa di molto più rilevante, dimostrando una frattura irreversibile rispetto alla continuità del regime fascista.

E furono soprattutto i fascisti a coglierne l’aspetto politico. Fu il comandante dei C.C. Hazon, fu il questore di Torino, fu il Capo della polizia Senise a cogliere lo sfondo politico e, a loro dire, “sedizioso” degli scioperi, perfino al di là della consapevolezza dei singoli manifestanti.
D’altronde, le parole d’ordine “pane e pace”, come la richiesta di fine della guerra erano incompatibili con l’accettazione della sopravvivenza del regime fascista.

Ebbene, la caratteristica fondamentale di questi scioperi, fu – appunto – il coraggio, l’accettazione dei rischi gravissimi e facilmente prevedibili.

E’ questo che dobbiamo ricordare, prima di ogni altra cosa, anche per far conoscere una realtà spesso dimenticata e sottovalutata, soprattutto da parte di generazioni abituate a sentire parlare dello sciopero come di un diritto e ad esercitarlo liberamente.
Un coraggio che accomuna queste azioni che oggi ricordiamo, a tutto il resto della Resistenza e colloca gli scioperi all’interno di essa.
L’impostazione che a lungo ha prevalso e di cui ho fatto cenno, pur comprensibile, non coglie tutti gli aspetti della Resistenza ampiamente intesa, che è composta da tutto ciò che è stato reazione e rivolta contro il fascismo e impegno contro l’occupazione nazista e contro la R.S.I., e comprende un insieme di atti e di comportamenti che hanno tutti alla base il coraggio delle scelte e la responsabilità.

E’ coraggio quello di chi intraprese e condusse la resistenza armata, ben conoscendo i propri limiti di preparazione e di esperienza militare e ben conoscendo l’enorme disparità di mezzi, strumenti ed uomini rispetto ad un esercito attrezzato e organizzato come quello tedesco. Eppure, quei combattenti – che spesso pagarono il loro coraggio con la morte – non esitarono ad affrontare i rischi, con la ferma  volontà di ottenere la liberazione del Paese, a qualunque costo ed a qualunque prezzo.

E’ coraggio quello degli scioperanti del ‘43, consapevoli dei gravi rischi cui andavano incontro.
E’ coraggio quello dei giovani renitenti  alla leva, che, al richiamo della R.S.I., si trasformarono in “sbandati” per sottrarsi all’arresto ed alle peggiori conseguenze e, molti, finirono poi per aderire alle bande che intanto si erano formate nelle montagne, oppure operavano nelle città.
E’ coraggio quello dei circa 600.000  militari che, dopo l’8 settembre, rifiutarono di aderire all’invito dei tedeschi e dei repubblichini a collaborare e in effetti, furono trattati – molti – non come prigionieri di guerra, ma come schiavi, alcuni finirono nei lager, e molti non fecero ritorno.

E’ coraggio quello del complesso di azioni e comportamenti che è stato giustamente inserito non già nel concetto di resistenza passiva, troppo riduttivo, ma in quello di “resistenza non armata”, che comprende tutti coloro che rifiutarono la guerra e contribuirono alla liberazione nei mille modi che la storia ci ricorda: dalle donne che, non solo combatterono con le armi, ma affrontarono il pericolosissimo mestiere di staffetta o furono amorevoli soccorritrici di prigionieri e feriti e misero in campo – nelle repubbliche partigiane – un complesso di “intendenza”, come scrivono alcuni storici, che andava al di là di qualunque esperienza del passato, ai contadini che spesso aiutarono i partigiani ben sapendo che se li avessero scoperti, tedeschi e fascisti, li avrebbero fucilati, e incendiate le loro case; ai sacerdoti che cercarono di difendere le popolazioni dalle violenze e brutalità, pagando spesso con la loro vita.

Questa è, dunque, la Resistenza, che oggi dobbiamo  ricordare nella sua interezza, proprio partendo da una vicenda, come quella degli scioperi della primavera del ‘43, così diversa dalla lotta armata, ma così ricca di implicazioni, di significati, di valori.
Questa è la Resistenza che dobbiamo non solo ricordare, ma prima di tutto far conoscere, contro ogni forma di negazionismo, di revisionismo o anche di semplice sottovalutazione. Una Resistenza da ricordare ad un Paese smemorato, che troppo spesso preferisce dimenticare o rifiuta di conoscere anziché menarne vanto ed esserne orgoglioso, come accade, invece, in ogni Paese a riguardo delle pagine più straordinarie della sua storia.

Perchè da questa Resistenza nasce non solo un ricordo e neppure solo una memoria che stenta a diventare collettiva, ma viene un grande insegnamento, di cui dovremmo fare tesoro. In quel coraggio delle scelte, degli scioperanti come degli altri, armati o non armati, c’è la forza di un esempio. Se negli scioperanti, così come in tutti i combattenti per la libertà, gli internati militari, le donne, i contadini, i sacerdoti, ci fosse stato un calcolo sui rischi, la Resistenza non ci sarebbe stata, il nostro Paese si sarebbe coperto di disonore ed a questo avremmo aggiunto il discredito di essere stati liberati da altri.
Quel coraggio, che non è fatto di spregiudicatezza e di sterile ardimento,  ma di consapevolezza e di volontà politica, dev’essere per noi un simbolo ed un incitamento.

Viviamo in tempi difficili e duri e stiamo attraversando una crisi che assume sempre di più caratteri drammatici e preoccupanti, riguardando – insieme – l’economia, la vita sociale, la politica e la stessa democrazia. Ma ne abbiamo viste tante, in questo dopoguerra, dagli attacchi alla Resistenza e alla Costituzione, alle iniziative e manifestazioni neofasciste, ai tentativi di  golpe, alle stragi di cittadini inermi, fino al terrorismo. E siamo riusciti a vincere le difficoltà, a superarle, con fatica, ma ritrovando ogni volta la solidarietà, la volontà di libertà e di democrazia, l’impegno collettivo.

Oggi, nell’affrontare le dure difficoltà di una crisi gravissima e l’incertezza che colpisce intere generazioni e soprattutto i giovani, dobbiamo riferirci a quegli esempi, richiamarci alle scelte ed al coraggio di chi seppe resistere, ai combattenti per la libertà, ai valori che li ispiravano  e che poi sono stati trasfusi in  una Costituzione molto avanzata, ma troppo esposta ad attacchi, insidie e pericoli. Nelle peggiori difficoltà, nei momenti più difficili, dobbiamo pensare a quegli uomini , a quelle donne che, a partire dal marzo 1943, ebbero il coraggio di riprendere in mano il loro destino e il loro futuro, assumendo le proprie responsabilità e considerando l’impegno civile e l’obiettivo finale superiori di gran lunga ai rischi che potevano correre.

In loro nome dobbiamo respingere l’indifferenza, la rassegnazione, la “distrazione” che ancora permea troppi cittadini del nostro Paese e ad esse contrapporre la volontà di riscatto, per uscire dalla degenerazione economica, sociale e politica in cui versa il nostro Paese. Dobbiamo anche ricordare che la Resistenza non è nata solo da una sterile protesta contro i fascisti e i tedeschi, ma è stato coraggioso impegno, sforzo di volontà per compiere scelte decisive e vincenti.

E’ con questa ispirazione che dobbiamo procedere alle celebrazioni del 70° anniversario della Resistenza; restando ancorati fermamente al passato, a quegli anni straordinari, a quel movimento complesso che abbiamo definito “Resistenza”, a quelle aspirazioni non solo alla libertà, ma anche alla democrazia; ma nello stesso tempo dobbiamo sapere guardare al futuro, con il coraggio e il senso di responsabilità di chi si rende conto di avere un grande debito nei confronti di coloro che si sono impegnati per la nostra libertà, e un forte dovere verso quanti , da noi, si aspettano di ricevere sicurezza, libertà, uguaglianza e democrazia. Lo dobbiamo soprattutto ai giovani, che si trovano a vivere in una società ingiusta ed hanno il diritto di aspirare ad un presente e ad un futuro migliore di quello attuale e, infine, più degno di essere vissuto.

Carlo Smuraglia

CI HA LASCIATI TERESA MATTEI

Il cordoglio dell’Anpi per la scomparsa di Teresa Mattei

Anpi in lutto per la morte di Teresa Mattei, partigiana combattente, protagonista della lotta per l’emanicipazione femminile.

“Ci ha lasciato Teresa Mattei, partigiana combattente, Costituente, per anni componente della Presidenza onoraria dell’ANPI. Un lutto gravissimo per tutti i sinceri democratici e antifascisti: Teresa è stata il simbolo di una lotta autentica e appassionata per l’uguaglianza nei diritti di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione: proprio l’articolo 3 della Costituzione porta la sua firma“. Questo l’inizio della nota di cordoglio diffusa dalla segreteria nazionale dell’Anpi.

“Una vita di battaglie, la sua, a cominciare dall’esperienza partigiana – fu valorosa  combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù con la qualifica di Comandante di Compagnia – fino all’attività nell’Assemblea Costituente, di cui a 25 anni fu la più giovane componente, alle battaglie successive per i diritti delle donne, per non dimenticare il suo impegno nell’educazione dei minori: fu lei a fondare  la Lega per i diritti dei bambini alla comunicazione che promosse in tutto il mondo campagne per la pace e la non violenza, come anche la Cooperativa di Monte Olimpino, la cui attività era tesa a far realizzare – in piena autonomia –  ai bambini delle scuole elementari e degli istituti per handicappati, dei documentari e cortometraggi. Alcuni di questi furono ospitati nel 1969 dalla mostra del Cinema di Venezia.
Il cinema, una passione che l’ha accompagnata per anni. Ma la più grande fu forse quella per i giovani. La trasmissione della memoria alle nuove generazioni è stata un’altra “battaglia” che ha segnato buona parte della sua esistenza. Memoria attiva, che guarda al futuro. Ci piace oggi ricordare e riportare uno dei suoi ultimi messaggi – accorato, pieno di senso di responsabilità e tenacia morale seppure pronunciato con voce ormai flebile –  rivolto ai giovani dell’ARCI di Mesagne (Brindisi): “Siete la nostra speranza, il nostro futuro. Custodite gelosamente la Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in modo incredibile. Cercate di fare voi quello che quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia veramente fondata sulla giustizia e sulla libertà”.
“Porteremo con noi – e non cesseremo mai neanche un giorno di trasmetterla alle ragazze e ai ragazzi – la forza di queste parole, la loro carica di futuro e di limpido e inossidabile amore per il Paese”.

CITTADINANAZA AI SENEGALESI FERITI

VITTORIA!

Grazie! Abbiamo ottenuto la cittadinanza italiana per i tre senegalesi feriti il 13 dicembre 2011 a Firenze.

Il Consiglio dei Ministri ha conferito la cittadinanza italiana ai sopravvissuti del raid razzista di Gianluca Casseri. “La concessione della cittadinanza – spiega il Consiglio dei Ministri – rappresenta un gesto di doveroso riconoscimento e di concreta solidarieta”.

Abbiamo raggiunto questo incredibile obiettivo anche con la tua firma.

Il 13 dicembre 2011 a Firenze Modou Samb e Mor Diop vennero assassinati e Sougou Mor, Mbengue Cheike e Moustapha Dieng furono gravemente feriti durante l’attacco armato di un fanatico razzista. Moustapha è tetraplegico e non potrà più essere autosufficiente.

Ma per loro si accende ora una speranza e una certezza, quella che nel Paese in cui vivono non tutti sono razzisti.

Grazie ancora a nome di tutti loro.

COMUNITA’ SENEGALESE ITALIANA

ANCORA LOMBARDI

In merito alla dichiarazione della capogruppo dei grillini alla camera che “il fascismo era buono prima di degenerare” vi inviamo la dichiarazione del Presidente Smuraglia.        
Comitato provinciale Anpi Como

 
Sulla recente dichiarazione dell’On. Roberta Lombardi: c’è da chiedersi cosa si insegni nelle scuole e su quali fondamenta riposi la cultura di certi  esponenti politici
 
A proposito delle affermazioni di una esponente del gruppo dei “grillini ” in Parlamento, Roberta Lombardi, rilevo ancora una volta che i pregiudizi, come quello del ” fascismo buono “, sono duri a morire, anche quando confliggono con la realtà storica . Sarei curioso di sapere in che modo e quando il fascismo avrebbe dimostrato un “altissimo senso dello Stato” ; parimenti, sarei curioso di sapere quando sarebbe  – sempre secondo l’On. Lombardi –  cominciata le “degenerazione”, se prima o dopo gli incendi delle Case del popolo, le aggressioni, le botte e le purghe a chi veniva considerato antifascista, la marcia su Roma, la progettata occupazione del Parlamento, gli omicidi compiuti già prima che il fascismo salisse al potere; e, magari, se prima o dopo le leggi razziali. Se quella del ” fascismo buono” può essere ancora considerata  una tesi proponibile , c’è da chiedersi cosa si insegni nelle scuole e su quali fondamenta riposi la cultura di certi  esponenti politici“.
 

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

SMURAGLIA: ANALISI SUL VOTO

Smuraglia: situazone politica a rischio ingovernabilità

Qui di seguito il commento di Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi sul risultato elettorale del 24 e 25 febbraio.


Avevo espresso soddisfazione per la fine di una campagna elettorale deludente e noiosa; e concludevo esprimendo la speranza di una “svolta”, di cui il Paese ha bisogno.

La svolta c’è stata, ma anche a causa di una legge elettorale perversa, e nonostante alcuni aspetti meritevoli di interesse ed attenzione, stenterei alquanto a definirla come positiva.

Non è qui il caso di analizzare i risultati del voto, anche perché non è un compito che spetta a noi. Possiamo esprimere solo alcune valutazioni complessive, di carattere generale, rilevando che: i maggiori partiti, quale che sia stato il risultato finale, hanno perduto in modo differenziato milioni di voti; la nuova formazione guidata da Monti non ha sfondato; il movimento di Ingroia non ha superato nemmeno la soglia per entrare in Parlamento; c’è stata una forte crescita del movimento di Grillo. Il quadro finale si può sintetizzare in un rischio: quello dell’ingovernabilità.

A che cosa sia dovuto questo tsunami, è facilmente individuabile, al di là delle mille dissertazioni ed analisi che si stanno svolgendo sul tema. Il Paese  è percorso da un desiderio di cambiamento, è tormentato dalla situazione economica e sociale, che ha assunto connotati di particolare gravità, e va alla ricerca di soluzioni chiare, soprattutto quando riguardano la contestazione di ciò che si è fatto finora, con risultati più che deludenti, anche se poi sono incerte e complesse le previsioni per quanto riguarda il futuro.

Di questi umori è evidente che lo stesso centro-sinistra non è riuscito a coglierne se non una parte,  piuttosto limitata, mentre il centro-destra ha continuato sulla via delle promesse e dei discorsi diretti più alla pancia che alla ragione.

Logico che l’indignazione, la protesta, le contestazioni siano state raccolte principalmente da chi su questo basava la sua campagna e il suo impegno, con alcuni aspetti positivi (alcune delle contestazioni e delle proposte di cambiamento sono condivisibili e certamente condivise  anche a sinistra) ed altri negativi (il modo di presentarsi del “capo”, spesso incline addirittura alla volgarità, la concezione della democrazia rappresentativa, la mancanza di una vera progettualità, l’ambiguità su alcuni temi di fondo, di cui abbiamo avuto più volte occasione di parlare, la proposta di abolire i sindacati, il referendum sul ritorno alla lira, e così via). Peraltro, si possono criticare questi aspetti negativi, ma non si può ignorare o sottovalutare ciò che significa un successo elettorale di quel genere. Non c’è nulla da demonizzare, dunque; c’è, invece, da capire che cosa non ha funzionato, nel sistema democratico, e che cosa va davvero e prontamente messo in campo, superando il rischio della ingovernabilità.

Su questo è bene che i partiti riflettano, e in particolare rifletta a fondo il partito che, almeno alla Camera, ha ottenuto il maggior numero di consensi, assumendo quindi una particolare responsabilità. Non si tratta di favorire un clima di resa dei conti, anche se una riflessione autocritica è necessaria; ma piuttosto di trovare soluzioni che giovino al Paese, avviando nel contempo una stagione divero cambiamento.

Una stagione che, per la verità, è in qualche modo cominciata: c’è un Parlamento in gran parte rinnovato, ci sono più donne e più giovani del passato; e c’è un fenomeno nuovo che costringe tutti a riflettere ed a guardare attentamente a ciò che siamo ed a ciò che dovremmo essere.

Certo, ho parlato solo dell’avvio di una stagione nuova, perché in realtà, in Parlamento, ci sono ancora troppi “relitti”, troppi soggetti che hanno a che fare con la giustizia e troppi personaggi strettamente legati al passato.

Il ricambio va fatto con coerenza e serietà, facendo largo alle nuove generazioni, ma garantendo la qualità e conservando il valore dell’esperienza. Sotto questo profilo, il fatto che alcuni partiti abbiano rinnovato ben poco, non abbiano neppure fatto le primarie (oppure le abbiano fatte in un modo che è tutt’altro che democratico), accompagnandosi alla pessima legge elettorale che non si è voluto cambiare, pesa negativamente sull’insieme della situazione e non aiuta a ricreare un rapporto di fiducia nei cittadini.

Occorrerà, dunque, che il Governo che si formerà (almeno lo spero) nel prossimo periodo, su basi serie e coerenti e non su impossibili ed inaccettabili connubi con chi reca le maggiori responsabilità della degenerazione del Paese, adotti alcuni provvedimenti urgenti che vadano nella direzione per la quale si sono espressi tanti cittadini (ad esempio, modificare questa legge elettorale, fare una legge vera contro la corruzione, ripristinare la norma sul falso in bilancio, prendere in seria considerazione il tema del reddito minimo garantito, reperendo, ovviamente, i fondi necessari, rilanciare le attività produttive per favorire l’incremento della occupazione e al tempo stesso dei consumi e così via).
Noi dovremo ribadire, ancora una volta, che i valori a cui ispirarsi sono sempre e solo quelli costituzionali, intesi correttamente e senza deviazioni; e dovremo sottolineare il fatto che la democrazia rappresentativa è un cardine fondamentale del sistema, da cui non si può prescindere e che anzi bisogna valorizzare. Una democrazia che deve essere fatta di partecipazione, di divisione dei poteri, di rispetto delle regole da parte di tutti, a cominciare da coloro che rivestono cariche pubbliche. Una democrazia in grado di respingere ogni tentazione populistica ed autoritaria e di sbarrare la strada ad ogni sogno revisionista o nostalgico, improponibile sempre, ma più che mai in un momento in cui è necessario e obbligatorio proiettarsi verso un futuro migliore.

In questo contesto, cosa dobbiamo fare noi è piuttosto chiaro. Dobbiamo, come sempre, esercitare la funzione di coscienza critica e quindi dire la nostra, con chiarezza, ai partiti che stentano a rinnovarsi ed  a riprendere il ruolo che loro assegna la Costituzione, ai movimenti che credono che la protesta e l’indignazione  siano sufficienti per uscire dalla grave crisi economica, politica e morale in cui versa il Paese, ai cittadini che non vanno a votare oppure votano per sensazioni e non sulla base di un ragionamento informato.

E dobbiamo dire la nostra, con forza, anche a fronte di alcune tematiche che riemergono continuamente.

La prima è quella del cambiamento, chiarendo che non si tratta solo di una questione generazionale (che pure esiste, con evidenza, ma va risolta con ragionevolezza, cercando di accompagnare la freschezza dell’età con la qualità e l’esperienza) ma di una questione che investe il modo di essere della politica, dei partiti, delle istituzioni, ma anche di una parte saliente della società civile (penso a quegli imprenditori che sono più attenti alla  finanza che all’attività produttiva, penso ai manager privati e pubblici che spesso costano troppo e rendono poco, e non pagano neppure quando cagionano disastri; penso alla stampa ed alla televisione, che non sempre svolgono il proprio ruolo con indipendenza e serietà; penso a chi non adempie alle funzioni pubbliche con disciplina e onore; penso ai cittadini che magari si indignano per le grandi corruzioni, ma poi nel loro piccolo, sono pronti a trasgredire ed a scavalcare le regole, nella vita quotidiana).

La seconda questione è quella della legalità e dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Il rispetto delle regole dev’essere posto a fondamento di tutta la convivenza civile; e di esso dev’essere garante il sistema giurisdizionale, che può anche essere criticato, ma va sempre rispettato.  Tira una brutta aria, sotto questo profilo, tant’è che si sentono i dirigenti del Pdl minacciare una grande manifestazione pubblica contro la Magistratura, che si permette – secondo loro – di perseguire anche i potenti, di incriminare soggetti cui si imputa di aver comprato parlamentari, e che è capace, perfino, di voler condurre a termine alcuni processi penali pendenti da tempo contro il capo di una coalizione che, per ciò solo, si vorrebbe indenne da ogni responsabilità, penale e morale.

E’ un fatto di estrema gravità che un imputato, già condannato, indica una manifestazione pubblica contro i suoi giudici, nel giorno stesso in cui devono emettere la sentenza d’appello. Il rispetto dell’autonomia e indipendenza della Magistratura costituisce una base fondamentale della democrazia; pensare di scardinarla è nient’altro che eversione, e come tale essa va denunciata pubblicamente.

Ma ancora: tra i risultati del voto, c’è la conquista della Regione Lombardia da parte di un partito che più volte, in modo diretto o indiretto, ha invocato la secessione (in qualche  modo, è ascrivibile a questo concetto anche l’idea di formare la macroregione del nord). Questo rappresenta un pericolo serio, davanti al quale non sarà inutile appellarsi all’art. 5 della Costituzione, che parla di una Repubblica “una e indivisibile”, pur nel quadro dell’ampio riconoscimento delle autonomie locali.

Infine, qualunque cosa si faccia, bisognerà provvedere e decidere sulla base della chiarezza e della coerenza. In questi primi giorni di discussione, ho sentito parlare anche da qualche esponente della sinistra della riproposizione del presidenzialismo. Ma che senso ha, un discorso del genere ed a quale convenienza risponde, per il Paese e per i cittadini. Mettiamolo dunque da parte e semmai rinforziamo il proposito e l’impegno di non apportare modifiche alla Costituzione, che non siano attese e richieste dalla maggior parte dei cittadini e di cui ci sia effettiva ed assodata necessità. 

Insomma, e per concludere, c’è molto da fare. Si può essere delusi dal risultato delle elezioni, si può essere preoccupati per la governabilità, ma non si può cedere allo scoramento. E’ una parola, questa, che non ha diritto di cittadinanza in un’Associazione che si richiama ai valori ed al coraggio della Resistenza. Semmai, più forte dev’essere l’invito a riflettere e la volontà di ragionare, più profondo il richiamo ai valori costituzionali, più intenso e partecipato il nostro lavoro. Abbiamo avuto tante stagioni difficili e il Paese le ha superate, non solo  con le manifestazioni di piazza, ma anche e soprattutto  con l’impegno, con lo sforzo di capire e di far capire, con l’espressione di una reale volontà  di riscatto, sempre nelsolco profondo e imprescindibile della Costituzione. Altrettanto faremo in questo caso, certo complicato e difficile, ma non insormontabile. Dipende anche da noi, dipende dalla volontà di tanti cittadini che la invocano, se la svolta vera ci sarà e sarà positiva per il Paese e per il suo futuro.

RISPOSTA DEI CANDIDATI ALL’ APPELLO DELL’ ANPI

Bersani, Vendola, Ingroia: sì all’appello dell’Anpi per il voto del 24 e 25 febbraio

Mobilitazione dell’Anpi in tutta Italia per un voto che rigeneri il paese in nome dell’antifascismo e della democrazia.

Aderiscono all’appello Bersani, Vendola, Ingroia e tanti altri candidati. 

L’ANPI, da settimane ormai, è mobilitata su tutto il territorio nazionale per diffondere il suo appello per le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio.
Tante, dunque, le iniziative in campo (da Savona a Piacenza, da Modena a Pescara, da Pistoia a Roma fino a Palermo) mirate a incontrare non solo i cittadini, ma in particolare i candidati affinché sottoscrivano l’appello e s’impegnino, una volta eletti, a realizzarne principi e valori.

L’attenzione è stata massima, e significativo, quindi, il numero di adesioni giunte fino ad oggi. Nell’impossibilità di dare conto di tutte segnaliamo quelle di: 

Pier Luigi Bersani (Segretario Nazionale PD), che nel suo messaggio ha definito quella dell’ANPI come una iniziativa dall’alto profilo civico, culturale e politico.

Nichi Vendola (Leader di SEL)

Antonio Ingroia (Leader di Rivoluzione Civile)

Anna Finocchiaro (PD)

Laura Boldrini (SEL)

Flavio Lotti (Rivoluzione Civile)

Rosa Villecco Calipari (PD)

Sandro Ruotolo (Rivoluzione Civile)

Stefano Fassina (PD)

Roberto Morassut (PD)

Walter Tocci (PD)

Ilaria Cucchi (Rivoluzione Civile)

Oliviero Diliberto (Rivoluzione Civile)

RESISTENZA CONTINUA

CINISMO INSOPPORTABILE


Il giorno della Memoria, il leader del centro-destra, ha dato del periodo fascista e del suo duce, Benito Mussolini, una definizione sconcertante, dimenticando che, se ha attuato provvedimenti sociali improcrastinabili, condotti con intenti propagandistici, ha però tolto ogni libertà di espressione ai cittadini italiani, producendo una dittatura dura e insopportabile.

Andrebbero ricordate le leggi “fascistissime” e il clima di violenza e intolleranza verso chi osteggiava o solo era tiepido nei confronti del regime.

Il colmo della spietatezza fu raggiunto nel 1938 con le leggi razziali, avallate purtroppo dalla pavida e connivente monarchia sabauda.

Per non parlare della guerra, condotta con cinismo e crudeltà a fianco della Germania di Hitler,

contro cui lottò la Resistenza.

Ora, perché un simile comportamento da parte del leader del centro-destra?

Egli non ha resistito alla tentazione, in campagna elettorale, di ingraziarsi i voti dell’estrema destra fascista, pur presente con proprie liste: Fiamma Tricolore, Forza Nuova e Casa Pound.

E’ stata una mossa cinica e pericolosa per la democrazia, perché indirettamente ha sostenuto formazioni fasciste in contrasto con le leggi dello Stato e con la Costituzione Italiana.

Vuoi vedere che quando parla di riforma della Costituzione non intenda anche abrogare la norma transitoria che vieta ogni ricostituzione del partito fascista?

C’è stata, sulla stampa e da parte delle forze democratiche, una reazione negativa, accanto a posizioni giustificative parziali da parte del PDL e di Fratelli d’Italia, che hanno strizzato l’occhio ai fascisti.

Però le proteste sono sparite dall’attenzione dei cittadini, parecchi dei quali sono imbambolati di fronte alle promesse roboanti del suddetto leader. Pochi, anche a sinistra, si sono posti il problema dell’indifferenza della gente di fronte ai grandi temi dell’attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza, che al di là di riforme possibili, sulla riduzione del numero dei parlamentari, o sulla riforma dell’articolo 5°, merita più attenzione per quanto riguarda i temi del lavoro, dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, del godimento pieno, da parte di tutti, dei diritti civili inalienabili, dell’obbligo della partecipazione diretta alla formulazione degli organi direttivi della Repubblica.

Risulta pertanto incostituzionale e assurda l’attuale legge elettorale, che limita la scelta degli elettori e l’accondiscendenza dei magistrati a non concludere tempestivamente i processi di cui è imputato il leader di centro-destra.

Non è forse giusto sapere, prima delle elezioni, se andremo a votare un corruttore, un evasore fiscale o un malversatore? Perché anche la sinistra tace sui suoi reati, per non sollevare il velo di scorrettezze dei propri affiliati?

Prima che di politica elettorale, dobbiamo ragionare su un riscatto morale improcrastinabile e di una difesa ad oltranza dei valori della persona umana, per cui lottarono e morirono resistenti e partigiani.

L’ANPI si fa carico di questi problemi e sa vedere, al di là delle tattiche pre elettorali, le vere questioni per una saldezza della democrazia e per l’attuazione della giustizia e della solidarietà.

La Resistenza continua, perché la libertà non è mai conquistata per sempre.

Sen. Luciano Forni.

APPELLO AL VOTO DELL’ANPI

http://vimeo.com/58450566

Mobilitazione dell’ANPI per diffondere l’appello per le elezioni del 24 e 25

L’ANPI è mobilitata su tutto il territorio nazionale per diffondere il suo appello per le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio ( http://anpi.it/a870/) e il suo video-spot realizzato per la parte narrativa e di immagini da Gianluca Foglia “Fogliazza”.

Sono giunte adesioni all’appello da parte di candidati di vari partiti:  sen. Anna Finocchiaro  (PD), Flavio Lotti (Rivoluzione Civile), Elio Carozza (PD), Donatella Duranti (SEL), on. Ludovico Vico (PD), Michele Pelillo (PD), Rocco Ressa (PD), Jeanne-Pierre Guichardaz e Patrizia Morelli (Alleanza autonomista progressista), Laura Boldrini (SEL).

GUARDATE IL VIDEO:

COMUNICATO DALL’ANPI DI MILANO

Milano: naziskin aggrediscono militante di un centro sociale

Il 2 dicembre a Milano un militante di un centro sociale è stato gravemente ferito da un gruppo di naziskin.
L’ANPI Provinciale di Milano condanna la “gravissima aggressione neofascista avvenuta a quasi dieci anni di distanza dall’assassinio di Davide Cesare, Dax, ucciso per mano neofascista il 16 Marzo 2003”.

L’ANPI  – dichiara Roberto Cenati, Presidente ANPI di Milano – nell’esprimere la propria profonda preoccupazione per il rinnovato manifestarsi di movimenti neofascisti e neonazisti, sottolinea l’urgenza di un impegno comune delle istituzioni, delle forze preposte alla difesa dell’ordine pubblico, dei partiti, dell’associazionismo e dei cittadini affinché queste inaccettabili provocazioni neofasciste abbiano finalmente a cessare e diventino improponibili a Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza”.

Cenati conclude invitando tutti “gli antifascisti e tutti i milanesi alla massima vigilanza democratica al fine di evitare ulteriori e gravi provocazioni”.