NOTAZIONI DEL PRESIDENTE ANPI

NOTAZIONI DEL PRESIDENTE DELL’ANPI CARLO SMURAGLIA

Chi dubitava, chi pensava che esagerassimo, chi credeva alle “buone
intenzioni”, è servito. Un emendamento di alcuni esponenti del PDL, al Senato,
dimostra con chiarezza che tra gli obiettivi del percorso di riforme costituzionali,
c’era – eccome – anche la giustizia. Anzi, per qualcuno, è addirittura uno degli
obiettivi fondamentali
Oplà. Chi dubitava, chi pensava che esagerassimo, chi credeva alle “buone intenzioni”, è servito. Un emendamento di alcuni esponenti del PDL, al Senato, dimostra con chiarezza che
tra gli obiettivi del percorso di riforme costituzionali, c’era – eccome – anche la giustizia. Anzi, per qualcuno, è addirittura uno degli obiettivi fondamentali.
Si tratterebbe, secondo l’emendamento, di inserire nella legge costituzionale che si sta esaminando in Parlamento, tra i temi da discutere, oltre alle indicazioni già note, anche quelle relative alle tematiche inerenti alla giustizia, cioè di un tema che non compariva nel quadro degli accordi di governo e che, finora, sembrava da tutti ignorato.
Non c’è neppure da stupirsi, perché di fatto qualcosa di analogo è già accaduto, diversi anni fa, all’epoca della Bicamerale. Si era giurato che non si sarebbe parlato di giustizia e poi, un giorno venne fuori che di giustizia bisogna occuparsi, a fondo; fu nominato un relatore a fu poi predisposto un testo, che per fortuna è finito nel nulla ed ivi è bene che resti.
Naturalmente, il primo firmatario dell’emendamento ha dato spiegazioni, quasi sorpreso del clamore suscitato: l’obiettivo è un altro, ha detto; è solo quello di adeguare anche alcune disposizioni che riguardano la giustizia nel caso venga mutata la forma di governo e – magari – la figura e i poteri del Presidente della Repubblica. Vogliamo credergli? E’ un po’ difficile, ma diamo pure per scontata la buona fede; in tal caso, però, si sarebbe aperta, comunque, una porta entro la quale potrebbe infilarsi chiunque, e con più ampi e pericolosi obiettivi.
Da ciò la viva preoccupazione di molti. Non perché la giustizia non abbia bisogno di
interventi, ma perché quelli che necessitano non sono di natura costituzionale; dunque, se si volesse inserire il tema della giustizia nel processo delle riforme costituzionali, non sarebbe certo per occuparsi della durata dei processi, dell’organizzazione strutturale della giustizia o altro.
In realtà, se si entra nel terreno costituzionale, si finisce sempre per mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, cioè un tema che non riguarda tanto l’organizzazione materiale di un servizio importante, quanto princìpi e valori di fondo della nostra Costituzione, sia desumibili della prima parte che ricavabili dalla seconda.
Bisogna dire, allora, con forza, che sotto questo profilo “la giustizia non si tocca”, perché autonomia e indipendenza sono una garanzia per i cittadini, imprescindibile e non trattabile.
Anche coloro che nutrono diffidenza nei confronti dei Magistrati, dovrebbero convincersi facilmente che il problema non è degli errori (sempre possibili), e neppure delle condotte arroganti e perfino degli abusi, perché questi mali sono tutti eliminabili, là dove sussistano, con rimedi ordinari, senza alcun bisogno di disturbare la Costituzione.
Chiediamoci, insomma, di che cosa ha bisogno il Paese, sotto questo profilo. Ebbene, l’elenco è presto fatto: di una giustizia celere, uguale per tutti, ispirata all’esigenza di rispetto delle leggi, ma anche capace di includere le ragioni dell’equità e del buon senso; di Magistrati che facciano il loro dovere, secondo i normali canoni (vedi l’art. 97 della Costituzione), nella piena consapevolezza di essere a quel posto per rendere un importante servizio ai cittadini ed alla collettività; di una giustizia moderna, funzionante secondo i più avanzati sistemi organizzativi, ma al tempo stesso in piena indipendenza ed autonomia rispetto agli altri poteri; di una
giustizia che ubbidisca alla legge, sapendo peraltro che a fondamento dell’intero sistema legislativo è la Costituzione, anche come canone interpretativo di tutta la normativa; infine, di una giustizia imparziale.
Bene, per molti di questi aspetti, non c’è problema, perché io sono convinto che,
mediamente, la nostra è una giustizia imparziale, che tende a rispettare il principio di
uguaglianza (anche se, talora, con qualche difficoltà). E sono convinto che la media dei Magistrati è intimamente indipendente e sufficientemente acculturata. D’altronde, c’è un organo di autogoverno (il CSM) che presiede a tutto questo e che ha bisogno di funzionare meglio, piuttosto che di essere riformato. E per migliore funzionalità si intende quella di un Consiglio più libero dal peso delle correnti, per quanto riguarda la componente dei Magistrati, ma anche più libero dal peso delle provenienze, per quanto riguarda la componente di nomina parlamentare. Sono due problemi, questi, che difficilmente possono essere oggetto di riforma; invece, richiedono un rinnovamento della cultura politica e della cultura della giurisdizione. Il resto, ed è la parte più saliente ed evidente, chiaramente non va: le cause
civili durano secoli, ma anche i processi penali, nonostante il principio della giusta durata, non sono da meno, tant’è che altissima è la percentuale delle prescrizioni, cioè di giustizia denegata per il solo decorso del tempo. Questo significa che occorrono interventi di tipo organizzativo, misure per snellire le procedure e favorire le conciliazioni; e soprattutto significa estendere a tutta la giustizia l’informatizzazione, che già in alcuni uffici giudiziari è stata adottata, fornendo ottima prova.
Ma sono proprio questi gli interventi che vengono invocati da anni e mai realizzati, perché si preferisce parlare di altro e lasciare che imperversi sui giornali le vicende giudiziarie di Berlusconi, che costituiscono di per sé un’anomalia, sia perché non si è mai visto un simile cumulo di nefandezze ascrivibile ad un importante uomo politico, sia perché si è visto come i potenti riescano spesso ad inceppare il cammino della giustizia (cosa che ai “deboli”, invece, non riesce mai).
Un Governo efficiente dovrebbe mettere in campo i rimedi ormai noti, dovrebbe fare in modo che tutto sia accelerato e informatizzato, dovrebbe proporre misure di semplificazione degli eccessivi adempimenti formali, riordinare il sistema dei Tribunali, sul territorio (come si sta facendo, ma incontrando difficoltà enormi per il prevalere di spinte localistiche sulle esigenze funzionali). Dovrebbe, insomma, colpire al cuore – d’intesa col Parlamento – quella che da decenni viene definita “la crisi della giustizia”.
Ma tutto questo non c’entra nulla con la Costituzione e non esige riforme. Questo dev’essere ben chiaro e soprattutto dev’essere spiegato ai tanti cittadini che, ignorando come stanno davvero le cose, scaricano le colpe e le responsabilità sui Magistrati o si fanno convincere dalle teorie “complottiste”.
Ho sentito, qualche sera fa, in un luogo pubblico, un gruppetto di persone che parlava male dei Magistrati, dei loro errori, delle “persecuzioni” da loro messe in atto. Ciò che colpiva era l’assoluta ignoranza, accompagnata da una enorme sicumera e arroganza. A questi, se possibile, bisogna chiarire che noi abbiamo tre gradi di giurisdizione, funzionali proprio ad ovviare o rimediare a possibili errori (la giustizia è fatta da uomini, non da macchine); e bisognerebbe anche far capire che i processi, prima di sproloquiare, bisogna conoscerli. Io ho fatto e faccio l’avvocato da più di cinquant’anni; e mi sono sempre attenuto alla regola della rigorosa preparazione e del puntuale studio dei processi, specialmente se di una certa complessità; e difficilmente ho espresso un giudizio senza aver prima letto, e riletto, magari
centinaia (in qualche caso, migliaia) di pagine. Mi colpiva, dunque, l’altra sera, sentir dire con sicurezza che dare a Berlusconi sette anni di galera, per fatti irrilevanti e per di più senza prove, è un fatto colossale e inaccettabile.
Costoro non conoscevano una riga del processo per cui Berlusconi è stato condannato, ma erano sicuri che non ci fossero prove; e non conoscevano le imputazioni, o le sottovalutavano perché corruzione di minorenni e concussione sono reati molto gravi ed è addirittura inconcepibile che possano essere commessi da un Presidente del Consiglio; così come l’abuso della condizione di una minorenne è un fatto gravissimo che non consente di dire (come ha fatto un giornalista, qualche sera fa, in televisione, che non c’è nulla di male se ad un uno piacciono le donne e perfino se è un “puttaniere” (la parola “garbata” è del giornalista, ma
merita di essere riportata tale quale). E’ contro questa ignoranza, e questa sicurezza e che occorre reagire, per chiedere una giustizia più celere e più “giusta” (dunque forte non solo con i deboli, ma anche con i potenti), una giustizia, cioè, corrispondente appieno a quanto dispone la Costituzione, che – dunque – potrebbe essere modificata solo in peggio; ed è proprio questo che non vogliamo; semmai, ancora una volta, ove occorra, è il caso di attuarla, questa Costituzione, finalmente e completamente.

COMUNICATO DI LIBERTA’ E GIUSTIZIA

COMUNICATO

Come era prevedibile e come sempre accade quando si parla di riforme invasive della Costituzione, si sa da dove si parte ma non dove si finisce. L’emendamento del Pdl che chiede di inserire il capitolo “giustizia” nel ddl sulle riforme costituzionali è un salto nel buio e chi ci sta è un apprendista stregone.


Libertà e Giustizia.

La Presidenza.

Roma, 27 giugno 2013

RADUNO NEONAZISTA A MILANO

LA PROTESTA DELL ‘ANPI

PER IL RADUNO NEONAZISTA A MILANO

La protesta dell’Anpi.

“L’ANPI Provinciale di Milano esprime la sua profonda indignazione e condanna per il maxi raduno neonazista di gruppi provenienti da diverse regioni d’Italia e dall’Europa, organizzato per sabato 15 giugno a Milano”. Inizia così un comunicato firmato da Roberto Cenati, presidente ANPI Provinciale di Milano.
“Ciò costituisce una grave provocazione ed offesa a Milano città Medaglia d’Oro della Resistenza per l’aperto richiamo al nazifascismo e per i contenuti razzisti e xenofobi espressi da questi gruppi, che si contrappongono radicalmente al nostro progetto di costruzione di una Europa unita negli ideali della pace, della tolleranza, della democrazia, della solidarietà”.
“Mentre richiamiamo l’attenzione delle istituzioni e delle forze preposte alla difesa dell’ordine pubblico a vigilare per impedire che tali gravi provocazioni  si svolgano a Milano capitale della Resistenza, chiamiamo i cittadini, i democratici e gli antifascisti alla massima vigilanza democratica”.

Il sindaco

Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, era sceso in campo contro l’iniziativa: “Oggi si ripropone l’inaccettabile presenza di una manifestazione di chiaro stampo neonazista, fatto questa volta maggiormente grave e inquietante data la sua annunciata dimensione internazionale: Milano non può accettare che si svolgano né ora né in futuro iniziative che attingano al repertorio dell’intolleranza razziale e politica in qualsiasi forma esse si presentino”, ha scritto sul profilo Facebook raccogliendo centinaia di ‘mi piace’.

Replicando a diversi commenti che chiedevano un suo intervento per vietare il raduno dei naziskin, il sindaco cha spiegato che “le autorizzazioni o le azioni preventive sono per legge di competenza della questura e prefettura”, rimarcando che “l’amministrazione non ha quindi potestà di intervento diretto, ma quanto riportato nello status è stato ribadito a tutti i livelli”.

La prefettura

La prefettura, a sua volta, aveva fatto sapere  sapere che il raduno “al momento non comporta un allarme di ordine pubblico”. E dunque non lo si può vietare e neanche serve un’autorizzazione agli organizzatori. In pratica in questa fattispecie si è “fuori” dal meccanismo delle autorizzazioni. Mentre serve la dichiarazione in questura, nella quale si descrive esattamente cosa si intende fare e dove. “Non emerge un profilo di
ordine pubblico per vietare quella manifestazione”.

Il Pd

Sulla vicenda intervento di Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza e difesa del Pd.”Si stanno moltiplicando senza sosta eventi come questo. Lunedì depositerò un’interrogazione urgente per capire come mai vengano concessi i permessi per questo tipo d’iniziative”.

Sel

E il leader di Sel, Nichi Vendola, via twitter aveva invitato a “non consentire un’offesa alla città di Milano con il raduno nazista: uno strappo ai principi della legalità democratica”.

Da: La Repubblica; L’ Unità

SMURAGLIA SUL SEMI-PRESIDENZIALISMO

Smuraglia: semipresidenzialismo? Ma la priorità non era la riforma elettorale?

Qui di seguito l’intervista al presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia, pubblicata oggi 7 giugno, sull’Unità.

Professor Smuraglia la convince l’iter di revisione costituzionale con comitato di esperti e commissione dei 40?
«Sono contrario a questa procedura. Perché la Costituzione parla chiaro con l’articolo 138. Esso riguarda singole leggi da cambiare e non un intero processo costituente come quello che si vuole. E per le singole leggi ci sono le apposite commissioni. Il rischio è quello di mettere in mora l’intera Carta, con una deroga all’articolo 138, che prevede ampie maggioranze, referendum e doppia lettura: vera e propria clausola di salvaguardia concepita dai Costituenti. Che andrebbe rafforzata prevedendo referendum anche in caso di maggioranze non dei due terzi».

Si dice: si tratta di mutare solo la seconda parte della Carta e non i principi fondamentali. Il semipresidenzialismo mette a rischio anche i principi base?
«Certo, si aprirebbe un cantiere che finirebbe per investire anche la prima parte della Carta, perché tutto si tiene in essa. E una repubblica non più parlamentare mette in questione la lettera e lo spirito di questa Costituzione. Generando così forti incoerenze tra prima e seconda parte di essa. Altro è la giusta manutenzione di aspetti non più sostenibili. Penso al bicameralismo perfetto, da sostituire con la specializzazione dei compiti o con la creazione di un Senato federale. E alla riduzione del numero dei parlamentari».

C’è stata un’ «accelerazione» sul tema semipresidenziale e la destra festeggia…
«Accelerazione che non comprendo. Le priorità sono altre a cominciare dalla legge elettorale e dalla grave crisi economica. Il semipresidenzialismo non è il diavolo, ma torno a dire: andrebbe riscritto tutto l’ordinamento costituzionale. Oggi il Presidente in quanto figura di garanzia presiede il Csm ed è l’apice delle forze armate. Con il nuovo sistema dovremmo lasciare queste funzioni a un Presidente eletto solo da una parte? In realtà siamo dinanzi a una sindrome: i torti della politica vengono scaricati sulle istituzioni, col miraggio di esecutivi forti. Ma è la politica che va riformata. Ciò che è accaduto alle ultime elezioni è dipeso dalla frammentazione e dalla crisi di identità dei partiti».

Cosa teme con l’elezione diretta di un Presidente che presiede il Consiglio dei Ministri?
«I poteri di un uomo solo al comando. E la diffusione di uno stile di governo che ha già dato cattiva prova con i cosiddetti governatori regionali, talora fonte di sprechi e arbitrii e soprattutto causa di svilimento del ruolo dei Consigli regionali. Inoltre c’è il punto del conflitto di interessi. Non possiamo rischiare di consegnare il Quirinale a qualcuno in posizione dominante nei media o in altri rami dell’economia. E non possiamo rinunciare, nella gravissima crisi che schiaccia il paese, al ruolo di salvaguardia e di controllo del Parlamento».

I partiti possono ancora esercitare un ruolo creativo e di argine?
«Sì, purché si autoriformino. Essi concorrono al bene pubblico ed è giusto finanziarli, in misura adeguata e senza eccessi. È dirimente che abbiano statuti democratici e siano sottoposti a controlli stringenti su regole e bilanci».

Torniamo al Presidente eletto. Alle varie obiezioni non si può aggiungere quella di essere un sistema scisso tra due possibili diverse maggioranze oppure troppo coeso, e con maggioranze totalizzanti?
«Sono problemi innegabili e che andrebbero visti caso per caso e nei singoli contesti storici. In Francia il sistema ha prevalso per la dirompente crisi algerina che ha spinto la Francia sull’orlo della guerra civile e per il ruolo carismatico di De Gaulle. Ma non possiamo dire che abbia sempre funzionato e al punto tale da doverlo imitare e trapiantare in Italia. Al contrario, proprio l’indebolimento dei poteri di controllo e delle garanzie potrebbe renderci inermi dinanzi alla criminalità organizzata e alle lobby. Né si può dire che una spinta presidenziale potrebbe migliorare la burocrazia. La macchina pubblica va riformata con semplificazioni e controlli di efficienza. Non con impulsi carismatici dall’alto. Ma a questo punto però faccio io una domanda: che fine ha fatto la legge elettorale? Era stato detto che era quella la priorità. Poi si è fatto il contrario e la si è messa in coda all’agenda»

Lei come spiega questo capovolgimento?
«Forse pensano di allungare la vita al governo e cosi di rafforzarlo. Invece potrebbe essere il contrario. Una intera riforma Costituzionale, oltre che non corretta per ciò che abbiamo detto rischia di essere una mina in quest’emergenza sociale».

E al Pd, che ha reincluso il semipresidenzialismo nella sua discussione, cosa consiglia?
«Non voglio intromettermi nella vita del Pd. Però la questione è molto seria e la responsabilità dei pericoli che corriamo è un po’ di tutti. Al Pd direi: pensate bene a quel che fate e a quali sono le vere priorità del paese. E soprattutto cercate di coinvolgere il maggior numero di persone in questa discussione».

link permanente a questa pagina: http://anpi.it/a952/

RISPETTARE LA COSTITUZIONE

Appello alla mobilitazione:

“RISPETTARE LA COSTITUZIONE”


Questo il discorso del presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, tenuto il 2 giugno a Bologna alla manifestazione “Non è cosa vostra” promossa da Libertà e Giustizia.


“Ad una magnifica manifestazione come questa, che oltretutto cade in un giorno in cui solitamente festeggiamo la Repubblica e la Costituzione e che oggi assume un valore particolarissimo, non poteva mancare la presenza e l’apporto di una Associazione come l’ANPI che ha fatto della difesa ed attuazione della Costituzione uno dei suoi contenuti ed obiettivi basilari.

Noi siamo contrari al sistema “costituente” che ci viene proposto e minaccia di esserci imposto, perché questa Costituzione può certamente essere modificata col normale sistema previsto dall’art. 138 della Costituzione nei pochi punti sui quali ci sono già convergenze essenziali, ma non può e non deve essere stravolta nei suoi contenuti e nella struttura complessiva non solo della prima, ma anche della seconda parte.

Oltretutto, di questo “processo costituente” non c’è necessità ne tanto meno urgenza. Ci hanno detto che questo Governo, davvero eccezionale nella sua composizione, avrebbe dovuto fare poche cose estremamente necessarie ed urgenti (prima di tutto la riforma della legge elettorale e pressoché insieme provvedimenti immediati per uscire dalla gravissima emergenza sociale che il Paese sta dolorosamente vivendo).

Invece, la legge elettorale è stata collocata dopo il lungo processo “riformatore” che si ipotizza, mentre tardano a venire quei provvedimenti decisivi per l’attività produttiva, per il lavoro, per lo sviluppo che il Paese attende da mesi e che non possono essere ulteriormente differiti.

Sembra invece, a leggere le cronache, che il problema principale sia quello del presidenzialismo o quello di attribuire più poteri all’esecutivo. Tutte cose che non hanno fondamento e che vanno vigorosamente contratate.

Ero già preoccupato di fronte alle incognite di un Governo  composto da forze in gran parte inconciliabili. Ma poi lo sono diventato ancora di più quando ho letto il discorso di insediamento del nuovo Presidente del Consiglio. Per la verità vi ho subito cercato, ma invano, la parola “antifascismo”; in compenso ne ho trovate altre, davvero preoccupanti.

Le ricordo sinteticamente:

già all’inizio si parla della necessità che anche forze che sostengono il Governo partecipino pienamente al “processo costituente”. Una definizione assai significativa perché il processo costituente ha un significato inequivocabile che non è quello della riforma di singole parti della Costituzione.

Mi sono allarmato, ma poi ho pensato che magari si trattava di una imprecisione di linguaggio.  Ma subito dopo ho visto che si parlava di una via possibile per una riforma anche radicale del sistema istituzionale. E qui si andava davvero sulle cose preoccupanti, visto che si faceva riferimento a  riforme radicali del sistema istituzionale.

Ma sono andato ancora oltre e ho visto che si parlava dell’idea di una Convenzione aperta alla partecipazione di autorevoli esperti non parlamentari, con riferimento anche alle conclusioni del Comitato dei saggi. E l’allarme, a questo punto, diventava davvero forte.

Sono andato comunque avanti e ho trovato che si parlava del rafforzamento della investitura popolare dell’esecutivo. Seguivano alcune frasi consuete e piuttosto generiche, ma poi si parlava di riforma della forma di Governo, prefiggendosi anche di fare su questo punto scelte coraggiose. E si parlava anche di naturale collegamento elettorale alla forma di Governo.

Un quadro come questo mi è apparso davvero degno delle più serie preoccupazioni.

L’ANPI assumeva allora una posizione molto rigorosa precisando in un documento ufficiale pubblicato il 16 maggio:

– la ferma contrarietà ad ogni modifica legislativa o di fatto dell’art. 138;

– il nostro convincimento che ogni procedimento di modifica non può che essere parlamentare, attraverso gli strumenti ordinari;

– l’inopportunità del ricorso ad apporti esterni che non siano quelli già previsti dai regolamenti e dalle prassi parlamentari;

– che le uniche riforme possibili sono quelle che risultano in piena coerenza non solo coi princìpi della prima parte della Costituzione ma  anche con la concezione che è a base fondamentale della seconda parte;

– la netta opposizione ad ogni ipotesi di presidenzialismo o semipresidenzialismo

– l’assoluta e prioritaria necessità di procedere alla modifica della legge elettorale vigente.

Naturalmente non mi aspettavo che questo bastasse a fermare le correnti impetuose che stavano avanzando; e altrettanto pensavo per quanto riguarda le pur autorevolissime prese di posizione di esperti come Zagrebelsky e Pace, di Associazioni come Libertà e Giustizia e dell’Associazione “Salviamo la Costituzione”, perché quando certi processi si mettono in moto, per di più con l’autorevolezza di un Governo nel quale sono rappresentati i partiti più forti, è chiaro che c’è dietro un disegno e un ragionamento, in buona parte condiviso e frutto di accordi che facilmente si possono intuire; ma mi illudevo che almeno alcune argomentazioni potessero essere prese in considerazione.

Mi sbagliavo, perché se ad un certo punto sembrava che naufragasse l’idea della Convenzione (cosa che mi lasciava comunque vigilante), non per questo si poteva ritenere adottata una linea diversa, tant’è che alcuni princìpi di fondo sono stati ribaditi anche da parte di chi ammetteva che della Convenzione si potesse fare a meno. Ma le “coraggiose” scelte venivano riaffermate anche per la sede parlamentare; così come restava ferma l’idea che ci si potesse avvalere di contributi esterni attraverso vie non previste dalla Costituzione e dal sistema parlamentare. Poi, l’ultima novità, il proposito di anticipare il processo di riforma per passare solo dopo alla modifica della legge elettorale, che invece io  mi ostino a considerare la cosa più urgente e prioritaria su ogni altra.

Oltretutto, bisogna considerare che la legge elettorale vigente è stata fortemente criticata praticamente da tutte le forze politiche; e tuttavia non si è riusciti a modificarla; ne deriverebbe, intuitivamente, l’esigenza di modificarla con urgenza, anche in vista di possibili, ulteriori, consultazioni elettorali.

Ma c’è una ragione in più, perché la Corte di Cassazione ha dichiarato rilevanti e non manifestatamente infondate le questioni di legittimità Costituzionale che incidono sulle modalità di esercizio della sovranità popolare e in particolare quelle che riguardano il premio di maggioranza per la Camera e il Senato, e il voto di preferenza, sempre per Camera e Senato. Una coalizione politica che intenda esprimere una volontà democratica, dovrebbe farsi un punto d’onore di non aspettare che decida la Corte Costituzionale, ma di restituire senza indugi alla sovranità popolare ciò che le è stato tolto; e invece si pensa addirittura di posporre una questione prioritaria ad un processo riformatore,  per sua natura complesso e certamente non rapido.

A questo punto le mie preoccupazioni sono ovviamente aumentate a dismisura perché intravedo una volontà molto decisa di andare avanti comunque, su un terreno che considero estremamente pericoloso, quale che sia la forma che assumerà in concreto.

L’approvazione di due mozioni analoghe, alla Camera e al Senato, dimostra la volontà di accelerare l’iter seguendo linee sulle quali l’eterogenea maggioranza non demorde.

Si impegna il governo a presentare una legge costituzionale entro giugno per dare vita ad una procedura straordinaria di revisione della Carta Costituzionale, in deroga rispetto all’art. 138 ; si parla di modifiche ai titoli 1, 2, 3, 5 della seconda parte, vale a dire: Parlamento, Presidenza Repubblica, Governo, Regioni ed Enti Locali.

Si parla di metodi particolari per garantire i tempi e si crea un comitato bicamerale del tutto anomalo.

Ricompare il presidenzialismo o semipresidenzialismo; si ricupera una cosa di cui non si era parlato se non nel passato, il potere del Governo di dettare tempi e modi dell’attività parlamentare, secondo le esigenze del programma di Governo.

Insomma, si accelera in una direzione non condivisibile, si colloca la riforma della legge elettorale in coda, si confermano convergenze quanto meno anche sul semipresidenzialismo, come avevamo sospettato dopo alcune dichiarazioni di esponenti del partito democratico.

Ho l’impressione che non si capisca o non si voglia capire che si sta maneggiando una materia di estrema delicatezza come quella costituzionale, dove i tasselli non possono essere spostati come su una tastiera di scacchi (dove al più si può perdere una partita), ma si rischia invece di intaccare sistemi e procedimenti che furono studiati a suo tempo con estrema attenzione e che sono stati formulati per rispondere a un’intima e profonda coerenza.

D’altronde c’è un abisso quasi incolmabile tra chi pensa che la fedeltà all’art. 138 sia obbligatoria e chi pensa di poter scavalcare con facilità o accomodamenti l’ostacolo; tra chi pensa che esista certamente la possibilità di apportare modifiche della Costituzione col sistema dell’art. 138 e chi invece ritiene di dare vita addirittura ad un processo costituente. Chi pronuncia questa parola, ha davvero la consapevolezza di ciò che essa significa? Chi parla di semipresidenzialismo si rende conto che questo significa cambiare la struttura e la sostanza del sistema costituzionale? Chi parla di scelte coraggiose comprende che il coraggio sarebbe meglio adoperarlo per affrontare una difficilissima situazione economica e sociale piuttosto che applicarlo ad aggredire, nella sostanza, una Costituzione su cui riposano le fondamenta della nostra civile convivenza?

D’altronde, non è a caso che qualche mese fa, esattamente  il 28 gennaio, nel corso della campagna elettorale, facemmo partire dall’”Associazione Salviamo la Costituzione” una lettera in cui si chiedeva ai candidati alla Presidenza del Consiglio un impegno su due quesiti: la disponibilità ad un irrobustimento dell’art. 138 elevando il quorum e consentendo in ogni caso il referendum confermativo da un lato, e quello di assicurare la coerenza delle riforme istituzionali che venissero proposte con i princìpi e i valori della Costituzione e la loro compatibilità con i suoi equilibri fondamentali, compresa la forma di Governo parlamentare. Avevamo fiutato giustamente il pericolo; e ne avemmo conferma dal fatto che ben poche furono le risposte.

Oggi siamo in presenza di una conferma definitiva di quali possano essere le reali intenzioni dei “riformatori” e dei pericoli che stiamo correndo. Sono già in campo le osservazioni e le critiche a questi progetti, redatte da studiosi e costituzionalisti ben più titolati di  me a formularle. E dunque non ci tornerò, accontentandomi di quanto l’ANPI ha già scritto in un documento approvato il 16 maggio scorso e ampiamente diffuso. Ma voglio esprimere la convinzione che il pericolo è reale e grave e che la mobilitazione di cui oggi viene dato un saggio imponente, debba essere considerata come il primo avvio di un impegno costante e continuativo, capace di coinvolgere associazioni (ce ne sono già oggi in campo più di quaranta), cittadini ed anche tanti che pur all’interno dei partiti disponibili a questo tipo di processi riformatori, sono fermamente convinti che si debbano apportare, con i metodi normali a partire dall’art. 138, solo le modifiche già mature e considerate compatibili e coerenti col sistema vigente.  In realtà, nel nostro Paese ha fatto sempre fatica ad affermarsi quello che alcuni costituzionalisti definiscono come il “sentimento Costituzionale”.

E questo può diventare pericoloso nel momento in cui al difetto di tale sentimento può sostituirsi o aggiungersi una tendenza alla semplificazione di un “riformismo” a tutti i costi, ed alla prospettazione di un futuro senza memoria e senza identità civica.

Ecco perché, la prima cosa che occorre fare è una massiccia iniezione di “sentimento Costituzionale” che metta al riparo della improvvisazione e delle smanie revisionistiche ed eriga un argine ampio e fortemente condiviso contro quelli che potrebbero diventare veri e propri attentati alla Costituzione.

Insomma, bisogna diffondere e sostenere quell’attaccamento alla Costituzione, come cosa propria, che è il migliore presupposto per creare una vera allerta e le precondizioni per contrastare i propositi di chi minaccia di stravolgere la nostra Carta Costituzionale.

Non illudiamoci: la battaglia sarà dura e difficile; e dunque ci vorrà una mobilitazione permanente, come quando scendemmo in campo per il referendum che poi riuscì a battere progetti davvero eversivi; ci vorrà la ricostituzione o una nuova messa in campo dei Comitati per la Costituzione; ci vorranno energie, sforzi, impegno e soprattutto continuità.

Bisogna chiarire ai cittadini che opporsi a certi intendimenti non significa essere conservatori ed opporsi a qualsiasi modifica, ma solo pretendere il rispetto e la coerenza intima di una Costituzione che, pur non applicata in tante parti, è stata in questi anni la nostra guida e la nostra più forte garanzia.

Bisogna chiarire che non siamo disponibili a compromessi ed a soluzioni pasticciate, noi che non siamo soggetti a vincoli di nessun genere, soprattutto quando si tratta di difendere gelosamente una Costituzione che abbiamo nel cuore, che consideriamo il frutto del più straordinario momento della storia del nostro Paese e per la quale tanti si sono impegnati e sacrificati. Tutte le volte che si è cercato di metter mano ad un processo cosiddetto costituente, in questi anni, sappiamo bene dove si è andati a finire e come dai progetti dichiarati si sia passati alle peggiori proposte. Non siamo contrari a leggi che, di volta in volta ma nel quadro di una reale coerenza, corrispondano a quanto consentito dall’art. 138; ma non possiamo permettere stravolgimenti né dei metodi né dei contenuti senza che vengano meno alcune delle ragioni ideali per cui siamo tanto attaccati a questa Costituzione.

Lo dico con forza e con fermezza anche perché penso di esprimere i sentimenti, la volontà, le idee non solo di coloro che hanno combattuto per conquistare libertà e democrazia e dunque anche per dar vita a questa Costituzione, che di essi è l’espressione più alta, ma anche dei tanti che – dichiarandosi antifascisti e condividendo le nostre finalità e i nostri ideali – sono affluiti in questi anni nelle nostre file. Abbiamo il dovere di non deludere queste aspettative, così come gli antichi sogni dei combattenti per la Libertà; abbiamo il dovere di impiegare tutto il coraggio e la forza delle nostre idee per conservare fino in fondo i princìpi, i valori e la struttura di fondo di una Costituzione che i costituenti  vollero destinata a durare ed a garantire nel tempo l’esercizio dei diritti di tutti, come vuole la democrazia. Impegniamoci, dunque fino in fondo in questa battaglia, che sarà decisa e forte ed alla quale non mancherà certamente  l’apporto dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia”.

NON E’ COSA VOSTRA

ANCHE L’ANPI ADERISCE A “NON E’ COSA VOSTRA” di “Libertà e Giustizia”

L’ANPI nazionale ha aderito alla manifestazione “Non è cosa vostra” che si svolgerà domenica 2 giugno, dalle ore 13.30 alle 17.30, in piazza Santo Stefano a Bologna, su iniziativa dell’Associazione “Libertà e giustizia”.

Sarà presente il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia.

Con lui, sul palco, ci saranno Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Roberto Saviano, Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Nando dalla Chiesa, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Maurizio Landini, Beppe Giulietti, Raniero La Valle, Giovanna Maggiani Chelli, Alberto Vannucci, Giovanni Bachelet, Simona Peverelli, Elisabetta Rubini.

http://www.libertaegiustizia.it/non-e-cosa-vostra/

RIFLESSIONI SUGLI SCIOPERI DEL ’43

Il coraggio di respingere l’indifferenza e di sfidare il futuro

“Respingere l’indifferenza, la rassegnazione, la “distrazione”, in nome di quei che giovani che a partire dal 1943 ebbero il coraggio di riprendere in mano il loro destino e il loro futuro”, questo in estrema sintesi il significato dell’intervento del presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia, pronunciato il 9 marzo, in occasione della manifestazione di apertura del 70° anniversario della Resistenza, a Torino, al Teatro Carignano, per ricordare gli scioperi del marzo 1943.

Si avvia qui, oggi, nella splendida cornice di un bellissimo e glorioso Teatro, gremito, un lavoro che ci impegnerà  per i prossimi tre anni, per ricordare degnamente l’anniversario della Resistenza. Un avvio felice, bisogna dire, poiché oltre al ricordo ed alla rievocazione degli scioperi del marzo 1943, che saranno tenuti  dal Sindaco di Torino, Fassino, da un illustre storico come il Prof. Della Valle e dal Presidente Nazionale dell’Anpi a nome di tutte le Associazioni partigiane, ci sarà anche un importante tavola rotonda con i tre Segretari Generali delle Confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL, da cui dovrà nascere non solo un giudizio su quei fatti, ma anche un’attualizzazione.

E’ bene, infatti, che ci impegniamo tutti a fare in modo che le “celebrazioni” del 70° riescano ad evitare il connotato “liturgico” e di pura celebrazione. E’ doveroso, certamente, ricordare gli scioperi del ‘43, un atto di enorme coraggio e di grandissimo impegno politico; è doveroso anche ricordare le vittime, perché vi furono arrestati e deportati e non pochi persero la vita. Ma è altrettanto, e forse più, doveroso cogliere l’occasione per cercare di recare un contributo alla conoscenza ed  alla valutazione dei fatti, da molti – ancora oggi – ignorati, per una riflessione sul loro significato e valore, anche alla luce del presente e del futuro.

E’ stata, dunque, una scelta positiva quella di abbandonare il carattere celebrativo che troppe volte ha contraddistinto le nostre manifestazioni sulla Resistenza, per cercare di comprendere appieno ciò che è avvenuto in Italia tra il ’43 e il ’45 e per cogliere il ruolo rappresentato dagli scioperi, nel contesto complessivo della Resistenza; nel quale essi si inseriscono a buon diritto, anche perché quelli del marzo 1943 furono solo l’avvio di un movimento, che continuò con gli scioperi dell’estate, dell’autunno, dell’inverno del ’43, per poi arrivare ai grandissimi scioperi della primavera 1944, in concomitanza con le iniziative della Guerra di Liberazione e in particolare della Resistenza armata.

La Resistenza, infatti, è stata una vicenda straordinaria, forse la più bella e significativa della storia d’Italia; una vicenda che colpisce anche per la sua complessità, perché la lotta armata si coniugò con la resistenza non armata, nelle sue mille forme e manifestazioni, perché – per la prima volta nella storia – si trovarono a reagire alla dittatura fascista e poi alla occupazione tedesca, persone di varie ideologie, di varie professioni e mestieri, uomini e donne uniti nella stessa ansia di libertà e di democrazia.

Anche se è ormai pacifico che gli scioperi, anche quelli del marzo 1943, furono contrassegnati da una forte carica politica, è altrettanto sicuro che essi furono effettuati da tanti lavoratori diversi per idee e per consapevolezza, ma concordi nel cercare non solo la protesta ma anche il riscatto. Così, in tutta la Resistenza, poterono operare insieme comunisti, socialisti, cattolici, liberali, perfino monarchici e molti anche semplicemente contrari al fascismo e ansiosi di libertà.

E’ in questo contesto che si inserisce l’esplosione del 5 marzo 1943 e dei giorni seguenti, che lasciò stupiti e impreparati molti cittadini e molti fascisti, questi ultimi – poi – pronti a reagire con la violenza del potere.
Ed è questa la ragione per cui sono contrario a ridurre la Resistenza ai venti mesi che vanno dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 ed a valorizzare soltanto gli aspetti della lotta armata.

La Resistenza fu un insieme di atti e di comportamenti, armati e non, diretti a contrastare la prepotenza fascista, a liberare il Paese dalla dittatura e dall’occupazione tedesca, a preparare un futuro di democrazia. Ed è in questo complessivo contesto che vanno considerati anche gli scioperi, come parte integrante di un movimento di liberazione estremamente complesso  e ricco.
Di questo quadro, intendo sottolineare prima di ogni altra cosa un dato che è la costante di tutto ciò che è stata la Resistenza: il coraggio e la responsabilità delle scelte.

Per meglio capirlo, occorre partire dalla contestualizzazione degli scioperi del marzo 1943, che aprirono – appunto – una fase di lotta e di impegno civile che si concluse solo con l’insurrezione del 25 aprile.
Quando i lavoratori di Torino incrociarono le braccia, alle 10 del 5 marzo, da più di 20 anni erano spariti l’associazionismo, la solidarietà di classe, lo sciopero. Era dal 1926 e più ancora dal 1930, con l’avvento del nuovo codice penale, che lo sciopero era diventato un reato. E quale reato! Il codice penale lo puniva, soprattutto se collegato a finalità politiche, con pene  severe, che – considerata anche l’aggravante  dello stato di guerra e quella della finalità coercitiva dell’Autorità – prevedevano una sanzione fino a 2 anni di carcere per i partecipi e fino a 4 anni per i capi e promotori.

Ma il fatto, inconcepibile per il fascismo, era di per sé inseribile anche fra i reati contro la personalità dello Stato; e in questo caso si passava dall’associazionismo sovversivo, punito da 5 a 12 anni, al disfattismo politico o economico, punibile con pena non  inferiore a 5 anni. La competenza non era più del Tribunale ordinario o della Corte di Assise, ma del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, (organismo più politico che giudiziario) o addirittura dei Tribunali Militari.

Ma c’è ancora di più: essere considerato sovversivo, allora, significava essere esposto a qualcosa di più immediato delle sanzioni penali: dopo l’arresto, l’invio ai campi di concentramento o di sterminio, dove il trattamento è a tutti noto.
Di fatto, chi entrò in sciopero, sapeva a quali conseguenze andava incontro; e non era un’ipotesi teorica, perché, in effetti, furono centinaia gli arrestati o deportati; e di essi, non pochi non fecero più ritorno.

Eppure, al suono delle sirene, a partire dal 5 marzo, decine di migliaia di lavoratori entrarono in sciopero a Torino, a Milano, a Sesto S. Giovanni e in tanti altri luoghi (217 aziende e oltre 150.000 scioperanti, solo tra marzo e luglio).
Scioperi determinati da motivi economici, ma che contenevano qualcosa di molto più rilevante, dimostrando una frattura irreversibile rispetto alla continuità del regime fascista.

E furono soprattutto i fascisti a coglierne l’aspetto politico. Fu il comandante dei C.C. Hazon, fu il questore di Torino, fu il Capo della polizia Senise a cogliere lo sfondo politico e, a loro dire, “sedizioso” degli scioperi, perfino al di là della consapevolezza dei singoli manifestanti.
D’altronde, le parole d’ordine “pane e pace”, come la richiesta di fine della guerra erano incompatibili con l’accettazione della sopravvivenza del regime fascista.

Ebbene, la caratteristica fondamentale di questi scioperi, fu – appunto – il coraggio, l’accettazione dei rischi gravissimi e facilmente prevedibili.

E’ questo che dobbiamo ricordare, prima di ogni altra cosa, anche per far conoscere una realtà spesso dimenticata e sottovalutata, soprattutto da parte di generazioni abituate a sentire parlare dello sciopero come di un diritto e ad esercitarlo liberamente.
Un coraggio che accomuna queste azioni che oggi ricordiamo, a tutto il resto della Resistenza e colloca gli scioperi all’interno di essa.
L’impostazione che a lungo ha prevalso e di cui ho fatto cenno, pur comprensibile, non coglie tutti gli aspetti della Resistenza ampiamente intesa, che è composta da tutto ciò che è stato reazione e rivolta contro il fascismo e impegno contro l’occupazione nazista e contro la R.S.I., e comprende un insieme di atti e di comportamenti che hanno tutti alla base il coraggio delle scelte e la responsabilità.

E’ coraggio quello di chi intraprese e condusse la resistenza armata, ben conoscendo i propri limiti di preparazione e di esperienza militare e ben conoscendo l’enorme disparità di mezzi, strumenti ed uomini rispetto ad un esercito attrezzato e organizzato come quello tedesco. Eppure, quei combattenti – che spesso pagarono il loro coraggio con la morte – non esitarono ad affrontare i rischi, con la ferma  volontà di ottenere la liberazione del Paese, a qualunque costo ed a qualunque prezzo.

E’ coraggio quello degli scioperanti del ‘43, consapevoli dei gravi rischi cui andavano incontro.
E’ coraggio quello dei giovani renitenti  alla leva, che, al richiamo della R.S.I., si trasformarono in “sbandati” per sottrarsi all’arresto ed alle peggiori conseguenze e, molti, finirono poi per aderire alle bande che intanto si erano formate nelle montagne, oppure operavano nelle città.
E’ coraggio quello dei circa 600.000  militari che, dopo l’8 settembre, rifiutarono di aderire all’invito dei tedeschi e dei repubblichini a collaborare e in effetti, furono trattati – molti – non come prigionieri di guerra, ma come schiavi, alcuni finirono nei lager, e molti non fecero ritorno.

E’ coraggio quello del complesso di azioni e comportamenti che è stato giustamente inserito non già nel concetto di resistenza passiva, troppo riduttivo, ma in quello di “resistenza non armata”, che comprende tutti coloro che rifiutarono la guerra e contribuirono alla liberazione nei mille modi che la storia ci ricorda: dalle donne che, non solo combatterono con le armi, ma affrontarono il pericolosissimo mestiere di staffetta o furono amorevoli soccorritrici di prigionieri e feriti e misero in campo – nelle repubbliche partigiane – un complesso di “intendenza”, come scrivono alcuni storici, che andava al di là di qualunque esperienza del passato, ai contadini che spesso aiutarono i partigiani ben sapendo che se li avessero scoperti, tedeschi e fascisti, li avrebbero fucilati, e incendiate le loro case; ai sacerdoti che cercarono di difendere le popolazioni dalle violenze e brutalità, pagando spesso con la loro vita.

Questa è, dunque, la Resistenza, che oggi dobbiamo  ricordare nella sua interezza, proprio partendo da una vicenda, come quella degli scioperi della primavera del ‘43, così diversa dalla lotta armata, ma così ricca di implicazioni, di significati, di valori.
Questa è la Resistenza che dobbiamo non solo ricordare, ma prima di tutto far conoscere, contro ogni forma di negazionismo, di revisionismo o anche di semplice sottovalutazione. Una Resistenza da ricordare ad un Paese smemorato, che troppo spesso preferisce dimenticare o rifiuta di conoscere anziché menarne vanto ed esserne orgoglioso, come accade, invece, in ogni Paese a riguardo delle pagine più straordinarie della sua storia.

Perchè da questa Resistenza nasce non solo un ricordo e neppure solo una memoria che stenta a diventare collettiva, ma viene un grande insegnamento, di cui dovremmo fare tesoro. In quel coraggio delle scelte, degli scioperanti come degli altri, armati o non armati, c’è la forza di un esempio. Se negli scioperanti, così come in tutti i combattenti per la libertà, gli internati militari, le donne, i contadini, i sacerdoti, ci fosse stato un calcolo sui rischi, la Resistenza non ci sarebbe stata, il nostro Paese si sarebbe coperto di disonore ed a questo avremmo aggiunto il discredito di essere stati liberati da altri.
Quel coraggio, che non è fatto di spregiudicatezza e di sterile ardimento,  ma di consapevolezza e di volontà politica, dev’essere per noi un simbolo ed un incitamento.

Viviamo in tempi difficili e duri e stiamo attraversando una crisi che assume sempre di più caratteri drammatici e preoccupanti, riguardando – insieme – l’economia, la vita sociale, la politica e la stessa democrazia. Ma ne abbiamo viste tante, in questo dopoguerra, dagli attacchi alla Resistenza e alla Costituzione, alle iniziative e manifestazioni neofasciste, ai tentativi di  golpe, alle stragi di cittadini inermi, fino al terrorismo. E siamo riusciti a vincere le difficoltà, a superarle, con fatica, ma ritrovando ogni volta la solidarietà, la volontà di libertà e di democrazia, l’impegno collettivo.

Oggi, nell’affrontare le dure difficoltà di una crisi gravissima e l’incertezza che colpisce intere generazioni e soprattutto i giovani, dobbiamo riferirci a quegli esempi, richiamarci alle scelte ed al coraggio di chi seppe resistere, ai combattenti per la libertà, ai valori che li ispiravano  e che poi sono stati trasfusi in  una Costituzione molto avanzata, ma troppo esposta ad attacchi, insidie e pericoli. Nelle peggiori difficoltà, nei momenti più difficili, dobbiamo pensare a quegli uomini , a quelle donne che, a partire dal marzo 1943, ebbero il coraggio di riprendere in mano il loro destino e il loro futuro, assumendo le proprie responsabilità e considerando l’impegno civile e l’obiettivo finale superiori di gran lunga ai rischi che potevano correre.

In loro nome dobbiamo respingere l’indifferenza, la rassegnazione, la “distrazione” che ancora permea troppi cittadini del nostro Paese e ad esse contrapporre la volontà di riscatto, per uscire dalla degenerazione economica, sociale e politica in cui versa il nostro Paese. Dobbiamo anche ricordare che la Resistenza non è nata solo da una sterile protesta contro i fascisti e i tedeschi, ma è stato coraggioso impegno, sforzo di volontà per compiere scelte decisive e vincenti.

E’ con questa ispirazione che dobbiamo procedere alle celebrazioni del 70° anniversario della Resistenza; restando ancorati fermamente al passato, a quegli anni straordinari, a quel movimento complesso che abbiamo definito “Resistenza”, a quelle aspirazioni non solo alla libertà, ma anche alla democrazia; ma nello stesso tempo dobbiamo sapere guardare al futuro, con il coraggio e il senso di responsabilità di chi si rende conto di avere un grande debito nei confronti di coloro che si sono impegnati per la nostra libertà, e un forte dovere verso quanti , da noi, si aspettano di ricevere sicurezza, libertà, uguaglianza e democrazia. Lo dobbiamo soprattutto ai giovani, che si trovano a vivere in una società ingiusta ed hanno il diritto di aspirare ad un presente e ad un futuro migliore di quello attuale e, infine, più degno di essere vissuto.

Carlo Smuraglia

CI HA LASCIATI TERESA MATTEI

Il cordoglio dell’Anpi per la scomparsa di Teresa Mattei

Anpi in lutto per la morte di Teresa Mattei, partigiana combattente, protagonista della lotta per l’emanicipazione femminile.

“Ci ha lasciato Teresa Mattei, partigiana combattente, Costituente, per anni componente della Presidenza onoraria dell’ANPI. Un lutto gravissimo per tutti i sinceri democratici e antifascisti: Teresa è stata il simbolo di una lotta autentica e appassionata per l’uguaglianza nei diritti di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione: proprio l’articolo 3 della Costituzione porta la sua firma“. Questo l’inizio della nota di cordoglio diffusa dalla segreteria nazionale dell’Anpi.

“Una vita di battaglie, la sua, a cominciare dall’esperienza partigiana – fu valorosa  combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù con la qualifica di Comandante di Compagnia – fino all’attività nell’Assemblea Costituente, di cui a 25 anni fu la più giovane componente, alle battaglie successive per i diritti delle donne, per non dimenticare il suo impegno nell’educazione dei minori: fu lei a fondare  la Lega per i diritti dei bambini alla comunicazione che promosse in tutto il mondo campagne per la pace e la non violenza, come anche la Cooperativa di Monte Olimpino, la cui attività era tesa a far realizzare – in piena autonomia –  ai bambini delle scuole elementari e degli istituti per handicappati, dei documentari e cortometraggi. Alcuni di questi furono ospitati nel 1969 dalla mostra del Cinema di Venezia.
Il cinema, una passione che l’ha accompagnata per anni. Ma la più grande fu forse quella per i giovani. La trasmissione della memoria alle nuove generazioni è stata un’altra “battaglia” che ha segnato buona parte della sua esistenza. Memoria attiva, che guarda al futuro. Ci piace oggi ricordare e riportare uno dei suoi ultimi messaggi – accorato, pieno di senso di responsabilità e tenacia morale seppure pronunciato con voce ormai flebile –  rivolto ai giovani dell’ARCI di Mesagne (Brindisi): “Siete la nostra speranza, il nostro futuro. Custodite gelosamente la Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in modo incredibile. Cercate di fare voi quello che quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia veramente fondata sulla giustizia e sulla libertà”.
“Porteremo con noi – e non cesseremo mai neanche un giorno di trasmetterla alle ragazze e ai ragazzi – la forza di queste parole, la loro carica di futuro e di limpido e inossidabile amore per il Paese”.

CITTADINANAZA AI SENEGALESI FERITI

VITTORIA!

Grazie! Abbiamo ottenuto la cittadinanza italiana per i tre senegalesi feriti il 13 dicembre 2011 a Firenze.

Il Consiglio dei Ministri ha conferito la cittadinanza italiana ai sopravvissuti del raid razzista di Gianluca Casseri. “La concessione della cittadinanza – spiega il Consiglio dei Ministri – rappresenta un gesto di doveroso riconoscimento e di concreta solidarieta”.

Abbiamo raggiunto questo incredibile obiettivo anche con la tua firma.

Il 13 dicembre 2011 a Firenze Modou Samb e Mor Diop vennero assassinati e Sougou Mor, Mbengue Cheike e Moustapha Dieng furono gravemente feriti durante l’attacco armato di un fanatico razzista. Moustapha è tetraplegico e non potrà più essere autosufficiente.

Ma per loro si accende ora una speranza e una certezza, quella che nel Paese in cui vivono non tutti sono razzisti.

Grazie ancora a nome di tutti loro.

COMUNITA’ SENEGALESE ITALIANA

ANCORA LOMBARDI

In merito alla dichiarazione della capogruppo dei grillini alla camera che “il fascismo era buono prima di degenerare” vi inviamo la dichiarazione del Presidente Smuraglia.        
Comitato provinciale Anpi Como

 
Sulla recente dichiarazione dell’On. Roberta Lombardi: c’è da chiedersi cosa si insegni nelle scuole e su quali fondamenta riposi la cultura di certi  esponenti politici
 
A proposito delle affermazioni di una esponente del gruppo dei “grillini ” in Parlamento, Roberta Lombardi, rilevo ancora una volta che i pregiudizi, come quello del ” fascismo buono “, sono duri a morire, anche quando confliggono con la realtà storica . Sarei curioso di sapere in che modo e quando il fascismo avrebbe dimostrato un “altissimo senso dello Stato” ; parimenti, sarei curioso di sapere quando sarebbe  – sempre secondo l’On. Lombardi –  cominciata le “degenerazione”, se prima o dopo gli incendi delle Case del popolo, le aggressioni, le botte e le purghe a chi veniva considerato antifascista, la marcia su Roma, la progettata occupazione del Parlamento, gli omicidi compiuti già prima che il fascismo salisse al potere; e, magari, se prima o dopo le leggi razziali. Se quella del ” fascismo buono” può essere ancora considerata  una tesi proponibile , c’è da chiedersi cosa si insegni nelle scuole e su quali fondamenta riposi la cultura di certi  esponenti politici“.
 

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI