UN ARTICOLO BEN FATTO

Riportiamo qui di seguito l’articolo comparso su Il Fatto Quotidiano a proposito del museo di Dongo.

Como, nel nome del museo scompare la parola ‘Resistenza’ e arriva ‘fine guerra’

Il cambio di denominazione è stato deciso dal Comune di Dongo, il paese dove fu arrestato Benito Mussolini. A un quotidiano locale, il sindaco ha parlato di “opportunità di marketing”. Si oppongono l’Anpi e le associazioni che hanno lanciato una raccolta firme per mantenere il nome originario

Como, nel nome del museo scompare la parola ‘Resistenza’ e arriva ‘fine guerra’

“A volte si ha l’impressione che la parola Resistenza dia fastidio”. Wilma Conti, 84 anni, staffetta partigiana, commenta così la decisione di cambiare nome al Museo della Resistenza comasca di Dongo, destinato a essere riaperto, dopo un intervento di ristrutturazione, con la denominazione “Museo della fine della guerra – La Resistenza sul lago di Como e la cattura di Mussolini”.

Dalla finestra di casa sua, la signora Conti, ai tempi solo 15enne, vide i partigiani fermare un camion tedesco in fuga verso la Svizzera. Era il 27 aprile 1945. I passeggeri furono fatti scendere dal mezzo. Tra di loro, avvolto in un cappotto dell’esercito tedesco, c’era Benito Mussolini. Immediatamente arrestato, il duce fu portato a Giulino di Mezzegra, pochi chilometri più a sud, dove il giorno dopo fu giustiziato insieme alla compagna Claretta Petacci.

“Il museo è stato fondato per iniziativa di un gruppo di abitanti di Dongo che hanno fatto la Resistenza”, spiega la signora. Inaugurato nel 1995, collocato all’interno del municipio del paese, in questo momento il museo è chiuso al pubblico perché sono in corso una serie di interventi di ristrutturazione. La riapertura è prevista per il 12 aprile 2014, giorno che registrerà l’esordio del nuovo nome. (foto dal sito dell’Anpi di Lissone)

Ma questa scelta, presa dall’amministrazione comunale, non ha mancato di suscitare polemiche. Secondo quanto riportato dal quotidiano locale La Provincia, il sindaco Mauro Robba, eletto in una lista civica, ha dichiarato che “il nome si rifà esclusivamente a un’opportunità di marketing. Ci siamo rivolti a degli esperti e il suggerimento è stato di non mantenere la denominazione ‘museo della Resistenza’, fin troppo diffusa e inflazionata”. Contattato da ilfattoquotidiano.it, il sindaco non ha voluto confermare né smentire queste dichiarazioni, affidando la sua replica a un comunicato stampa. “Non c’è motivo – si legge nella nota – per ritenere che il Comune abbia inteso ridurre o eliminare il grande ruolo della Resistenza comasca“. E giustifica la scelta del cambio di nome con la nuova impostazione del centro espositivo: “Il nuovo museo multimediale di Dongo sarà dedicato alla Resistenza sul lago di Como, con particolare riferimento a quanto avvenuto, a opera dei partigiani locali, nei comuni dell’Alto Lario, in quei giorni dell’aprile 1945 che, con la cattura e l’esecuzione di Benito Mussolini e dei gerarchi fascisti, hanno segnato la fine della guerra”.

Ma queste spiegazioni non sono bastate all’Associazione museo della Resistenza comasca, che ha lanciato una raccolta firme per mantenere la denominazione originaria. “Mi dispiace per il sindaco, perché si è dato tanto da fare per il museo – prosegue Wilma Conti – Ma sulla questione del nome non c’è stato verso di convincerlo”. Contro la decisione dell’amministrazione si schiera anche l’Anpi Como. “Il Comune ha deciso un nome che sembra un romanzo – taglia corto il segretario Antonio Proietto – La scelta è legata a una questione di marketing, ce l’ha spiegato personalmente il sindaco”. E ancora: “Nessuno sa quali saranno i contenuti del museo. Ci hanno solo parlato di un percorso emozionale e multimediale”.

Al dibattito sul nome si legano anche questioni molto più pratiche. Pierfranco Mastalli, portavoce dell’Associazione museo della Resistenza comasca, fa riferimento alla legge regionale che ha permesso lo stanziamento dei fondi necessari alla ristrutturazione. Nel testo del provvedimento si legge che “la Regione Lombardia sostiene interventi finalizzati allo scopo di studiare, approfondire e mantenere viva la memoria dei fatti che hanno segnato la collettività nazionale e locale in relazione ai fondamenti e allo sviluppo dell’assetto democratico della Repubblica italiana”. La “fine della guerra”, fa notare Mastalli, non rientra nei fatti storici elencati dalla legge come oggetto degli studi destinatari dei fondi. E conclude: “Se il sindaco perseverasse nel denominare in via preminente il museo ‘La fine della guerra’, potrebbe, secondo logica, perdere i finanziamenti regionali”.

Per leggere anche i commenti dei lettori scendere col cursore verso il basso:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/25/como-nel-nome-del-museo-la-fine-della-guerra-spodesta-la-resistenza/894102/

MUSEO DELLA RESISTENZA DI DONGO

Comunicato stampa

L’Associazione Museo della Resistenza comasca, dopo aver cercato di chiarire all’Amministrazione comunale di Dongo le ragioni affinché rispettasse la storica denominazione del Museo della Resistenza comasca, inaugurato a Dongo nel 1995 dal Presidente del Senato Carlo Luigi Scognamiglio, nome che risulta in tutte le delibere degli Enti competenti (Regione Lombardia, Provincia di Como, Comune di Dongo, Fondazione Cariplo) all’interno del progetto “La Fine della Guerra”, ma in primo luogo per respingere i giudizi, pubblicamente dichiarati dal Sindaco di Dongo Mauro Robba, che il nome della Resistenza non è attuale né attrattivo “in quanto troppo diffuso e inflazionato”, dichiara che i sacrifici, gli ideali e i valori non possono essere vanificati né liquidati in nome di una presunta esigenza di marketing.

Invita le Cittadine e i Cittadini, gli Enti pubblici, le Associazioni, le Organizzazioni democratiche a sostenere la richiesta di mantenere il nome Museo della Resistenza comasca.

L’Associazione si impegna a collaborare al fine di far conoscere, valorizzare e far vivere il Museo della Resistenza comasca.

Associazione Museo della Resistenza comasca.


Dongo, 20 febbraio 2014

INTERVISTA ALLA STORICA ROBERTA CAIROLI

Collaborazionismo femminile nazifascista

Intervista a Roberta Cairoli autrice del testo Dalla parte del nemico. Ausiliarie, delatrici e spie nella Repubblica sociale italiana (1943-1945), Milano-Udine, Mimesis, 2013, pp. 262, euro 20.


Il tema del “collaborazionismo femminile nazifascista” è stato finora poco affrontato dalla storiografia. Quali sono le ragioni di questo ritardo? Le ragioni sono diverse: la dispersione e la frammentarietà delle fonti; il “policentrismo” della Repubblica sociale italiana; la scomparsa o il silenzio delle protagoniste di quel periodo, spinte dal desiderio di rimuovere un’esperienza finita male o di occultare un passato scomodo e, non ultima, la reticenza degli storici a trattare un fenomeno ritenuto, a torto, marginale unita alla difficoltà di decifrare un microcosmo femminile così complesso. Va detto, inoltre, che per lungo tempo, la storiografia ha espulso i fascisti di Salò dalla storia d’Italia persuasa, come ha sottolineato Claudio Pavone, che la Rsi – rubricata come governo fantoccio –  andasse combattuta ed eliminata ut sic, in blocco, senza preoccuparsi di indagare a fondo le differenze esistenti nel corpo del nemico e i margini di consenso di cui poteva aver goduto.

Nel libro viene compiuta una rilettura del Servizio ausiliario femminile e, in particolare, dell’immagine che dell’ausiliaria ci è stata trasmessa dalla pubblicistica di Salò e dalla memorialistica dei reduci. Quale realtà emerge dalla documentazione che hai analizzato? La pubblicistica di Salò e la memorialistica successiva maschile e femminile hanno veicolato un modello ideale di militante fascista, l’ausiliaria, una donna giovane, dall’ardente fede patriottica, dalla moralità ineccepibile e, soprattutto non armata, non violenta, una sorta di eroina o di martire che si è sacrificata sull’altare della Patria.  Ciò ha prodotto, da un lato, la cancellazione delle responsabilità individuali, depoliticizzando la scelta di servire la causa della Rsi e dell’occupante tedesco, dall’altro, la rimozione di un protagonismo femminile “altro, non riconducibile, cioè, alla categoria delle ausiliarie. La lettura incrociata del materiale d’archivio ci consente, invece, di misurare lo scarto tra realtà e rappresentazione/autorappresentazione. Le carte processuali e la documentazione proveniente dall’Ufficio di controspionaggio dell’Oss (Office of Strategic Services), in particolare, svelano la presenza e il ruolo per nulla marginale svolto dalle ausiliarie nei servizi informativi e negli apparati repressivi fascisti e tedeschi, tanto da rendere difficile, in non pochi casi, distinguerle dalle collaborazioniste, non irreggimentate nel Saf, responsabili dell’arresto, della tortura e dell’uccisione di antifascisti, partigiani ed ebrei o coinvolte nelle azioni di rastrellamento e nelle pratiche di violenza contro partigiani e civili. Pensiamo, inoltre, che il Saf costituì il principale serbatoio di reclutamento delle “agenti segrete” arruolate e addestrate dai tedeschi per compiere missioni di spionaggio, sabotaggio e controspionaggio nel territorio italiano occupato dagli Alleati.

Le collaborazioniste hanno agito prevalentemente come delatrici e spie, segnando spesso drammaticamente, come hai appena detto, la sorte di partigiani, civili ed ebrei. Chi erano queste donne? E quali moventi stanno alla base delle loro azioni? In base a un criterio di rappresentatività, ho inquadrato le delatrici in tre categorie: quelle ideologicamente motivate che aderirono alla Rsi, iscrivendosi al Pfr  (Partito fascista repubblicano) o militando nel Servizio ausiliario femminile (Saf) o nei Fasci femminili repubblicani, donne che non avevano, nella maggior parte dei casi, la percezione soggettiva della delazione: smascherare, denunciare, consegnare e punire “i traditori della Patria” era considerato naturale, giusto e legittimo; la seconda categoria comprende donne “comuni”, diverse fra loro per età, provenienza sociale e culturale, condizioni familiari: più presenti e libere di muoversi sul territorio, meno sospette e sospettabili degli uomini, seppero intrecciare le pratiche del quotidiano con un’abile attività informativa. Furono spinte ad agire da moventi diversi, “amor di patria”, ammirazione per i tedeschi, odio ideologico, denaro, fame, gelosie, invidie, rancori personali, spirito di vendetta e desiderio di rivalsa sociale;  infine, per ultime, le donne vicine al movimento partigiano che, una volta arrestate, cedettero per paura o sotto il peso di un ricatto. Certamente, l’apporto informativo più prezioso fu fornito da soggetti organicamente inseriti in strutture deputate a svolgere attività di spionaggio politico e militare e di controspionaggio, come, ad esempio, le agenti degli Upi (Uffici politici investigativi) della Gnr o dell’Sd (Sicherheitsdienst), il servizio di informazione e di spionaggio delle SS. In gran parte si trattava di donne “di provata fede fascista”, iscritte al pfr o provenienti dai servizi ausiliari femminili, o donne allettate dalla possibilità di arricchirsi facilmente e rapidamente. D’altra parte, al lavoro informativo potevano aggiungersi compiti operativi: operazioni di rastrellamento contro i partigiani, armi in pugno,  identificazione  delle vittime da destinare alla fucilazione,  o partecipazione agli interrogatori e alle torture.

In che misura gli stereotipi sul femminile hanno influito sul giudizio di condanna pronunciato dalle Corti d’assise straordinarie? Come venivano rappresentate e come si autorappresentavano le imputate di collaborazionismo? Agli occhi delle Corti, l’essere donna poteva costituire, a seconda  del crimine commesso o della rispondenza o meno a un certo immaginario femminile, un’attenuante  o un’aggravante. Emerge abbastanza chiaramente l’incapacità delle Corti di andare oltre le rappresentazioni culturali e sociali del comportamento femminile. Scorrendo, infatti, le sentenze si coglie una tendenza generale a ridimensionare e a sminuire le responsabilità femminili, attribuendo alle donne una minore capacità di giudizio. La debolezza del soggetto femminile incapace di autodeterminazione apparve in molte situazioni il terreno condiviso dagli avvocati difensori e dalle imputate stesse che si autorappresentavano come vittime di circostanze superiori o inconsapevoli dell’atto compiuto. Come ha sottolineato  Natalie Zamon Davis, le donne, in quanto “sesso lussurioso, disordinato e instabile”, non sono state ritenute complessivamente responsabili del loro operato. Sono state così assolte più facilmente degli uomini per la stessa condotta, anche se tale condotta era violenta. È pur vero che le donne furono sottoposte a una sorta di “doppio processo”: il riferimento alla dubbia condotta morale e alla trasgressione sessuale delle collaborazioniste fu una costante, costituendo spesso un’aggravante all’accusa. Tuttavia, il giudizio sulla moralità finì, in qualche caso   per  offuscare o sottovalutare la gravità dei crimini commessi.

La Corte Suprema di Cassazione ha quasi sempre ribaltato le sentenze di condanna in primo grado, mitigando la pena o assolvendo le imputate. Quanto ha pesato “l’amnistia Togliatti” sulla loro scarcerazione? L’ «amnistia Togliatti» – entrata in vigore il 22 giugno 1946 –  o meglio, la sua interpretazione estensiva da parte dei giudici,  spalancò di fatto le porte del carcere a molte fasciste condannate dalle Corti d’assise straordinarie che già si erano viste ridurre notevolmente la pena dalla Corte di Cassazione. Nei processi celebrati in primo grado o finiti in Cassazione dopo l’entrata in vigore dell’amnistia, la maggior parte delle donne coinvolte anche in gravi fatti di delazione verranno amnistiate, a meno che non fosse provato lo scopo di lucro, “causa ostativa all’applicazione del provvedimento”. Tra riduzioni e condoni furono pochissimi comunque gli anni di carcere. Di fatto, l’amnistia suggellò il fallimento dell’epurazione, e mi trovo d’accordo con  Franzinelli nel dire che fu il dispositivo chiave per dare un colpo di spugna alle responsabilità fasciste.

[Rosa Mucerino per ecoinformazioni]

IL FASCISMO IERI E OGGI – CORSI DI FORMAZIONE

Corso di formazione di Anpi Milano: il fascismo ieri e oggi

Milano / 26 febbraio – 7 maggio 2014


IL FASCISMO IERI E OGGI IN ITALIA E IN EUROPA. Corso di formazione organizzato dall’ANPI Provinciale di Milano in via San Marco, 49.

Mercoledì 26 Febbraio ore 17,30 – Le origini del fascismo: ideologia e basi sociali. Relatore Ivano Granata, docente universitario.

Mercoledì 5 Marzo ore 17,30 – Le culture del nazionalsocialismo. Relatore Giorgio Galli, storico e politologo.

Mercoledì 19 Marzo ore 17,30 – La costruzione dell’identità femminile e maschile durante il regime fascista. Relatrice Roberta Cairoli, storica.

Mercoledì 2 aprile ore 17,30 – “Il mito dei vinti”. Autorappresentazione e soggettività dell’ultimo fascismo 1943-1945. Relatrice Roberta Cairoli, storica.

Mercoledì 16 aprile ore 17,30 – Tra passato e presente: caratteri e tendenze del neofasicmo oggi in Italia. Relatore Saverio Ferrari, Osservatorio Democratico sulle nuove destre.

Mercoledì 7 Maggio ore 17,30 – Crescita ed evoluzione delle destre populiste e radicali in Europa. Relatore Saverio Ferrari, Osservatorio Democratico sulle nuove destre. 

Coordina Debora Migliucci, Archivio del Lavoro – Sesto San Giovanni.

Info: Via San Marco, 49 20121 Milano – Tel.: 0276023372/73

E-Mail: anpi.milano@tiscali.it – web: http://anpimilano.com/

RICORDIAMO PERUGINO

PERUGINO SEMPRE CON NOI!

Sono già passati 5 anni dalla morte del nostro indimenticato segretario Perugino Perugini.

Ancora oggi, per chi lo ha conosciuto, Perugino era l’Anpi. E’ stato lui, col suo insostituibile  lavoro paziente e tenace, a tenere l’Anpi di Como in vita per tanti anni. Conoscere Perugino voleva dire amarlo, il suo esempio è stato fondamentale per tutti noi e la sua memoria è ancora viva. A lui, nel 2011, è stata intitolata la sezione di Como.

Una delegazione dellla sezione di Como domani nel pomeriggio si troverà con la vedova, Giordana, e la figlia Laura per ricordarlo.

Caro Perugino, ovunque tu sia, ti abbracciamo forte con tanto affetto!

http://www.anpicomo.it/index.php/nella-provincia-di-como/100-in-ricordo-di-perugino.html

LIBERO ATTACCA L’ANPI

Nel giorno del ricordo “Libero” attacca l’Anpi. La replica

Polemica del quotidiano “Libero” con l’Anpi nel “Giorno del ricordo”. 


Questa la lettera inviata dalla segreteria nazionale dell’Associazione partigiani al giornale. 

Al Direttore del quotidiano “Libero”

Abbiamo letto sul giornale da lei diretto, dell’11 febbraio, un articolo intitolato “L’ANPI sputa sulle foibe: inutile parlarne”.

Teniamo a precisare:

1.    – che l’ANPI non “sputa” né sulle foibe né su altro, essendo la sua attività sempre improntata al massimo  rispetto delle persone e della verità storica;

2.    – che la Presidente dell’ANPI di Trieste e Vice Presidente Nazionale dell’Associazione, Stanka Hrovatin – che nell’articolo subisce pesanti critiche ed attacchi, sulla base di notizie non corrispondenti alla verità – ha rilasciato un’intervista al GR1, di cui poi ha mandato copia al quotidiano “il Piccolo”, che qui sotto si riproduce. L’intervista basta da sola a smentire tutte le illazioni, le accuse, le insinuazioni che vengono rivolte alla stessa sulla base di frasi che non ha pronunciato o di cui è stato completamente distorto il senso.

La materia degli esuli istriani, dei confini orientali, delle foibe è di estrema delicatezza e, anche per il rispetto al dolore ed ai sacrifici di tante persone, che hanno sofferto e soffrono, dovrebbe essere affrontata senza inutili speculazioni e nel quadro di pacate riflessioni, basate sui dati storici, e di un civile confronto, per il quale l’ANPI è e sarà sempre disponibile.

Saluti.


La dichiarazione al GR1 della Presidente dell’ANPI di Trieste e Vice Presidente Nazionale dell’Associazione, Stanka Hrovatin:

“Secondo me gli eventi vanno inquadrati in un contesto storico, vale a dire in quello del secondo conflitto mondiale di cui nell’occasione odierna si evita di parlare. Va detto con chiarezza: chi fu a preparare la guerra, chi aggredì le popolazioni inermi, chi la combatté. E’ giusto conservare la memoria del passato, sia essa dolorosa o meno.  Non si deve, però, consentire che la negatività del passato incida sul nostro presente, specialmente sulle giovani generazioni cui il mondo d’oggi non offre prospettive: infatti, il 46% dei giovani in Italia è senza lavoro, il 52% dei giovani in Croazia, e ciò vale anche per la Slovenia. Pensiamo soprattutto ad essi e superiamo i dissidi e le incomprensioni del passato. Andiamo avanti” –

Stanka Hrovatin – Intervista rilasciata il 10/02/2014 al GR1

90 ANNI DELLA NOSTRA STORIA

Il 12 febbraio 1924 nasceva a Milano il giornale “L’Unità, quotidiano degli operai e dei contadini” fondato da Antonio Gramsci.

Per 18 anni, dal 27 agosto 1927 al 2 gennaio 1945, il giornale fu stampato e distribuito clandestinamente, chi lo diffondeva correva gravi rischi, come la prigionia e la deportazione.

Dopo la Liberazione, L’Unità esce con le edizioni genovese, torinese e milanese.

Nel settembre 1945 nel 1945, si tiene a Mariano Comense (Co), la prima Festa dell’Unità.

L’idea di questa festa era venuta agli esuli dalla Francia, che l’anno prima avevano partecipato alla festa de “L’ Humanitè”, l’organo del Partito Comunista Francese. La scelta era caduta sul paese di Mariano Comense perchè qui era sfollata, negli anni della guerra, la Breda, storica fabbrica milanese.

http://www.comune.mariano-comense.co.it/sa/sa_p_testo.php?x=1e72c0f0c3cca9db855540810b4fa186&idservizio=10026&idtesto=365&idfoto=108&&nodo=nodo61

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La Liberazione, copertina dell’Unità

10 FEBBRAIO, GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

ART. 32  La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

La salute, in quanto indispensabile presupposto per il godimento di tutti gli altri diritti costituzionali, costituisce un diritto fondamentale, la cui lesione impone il risarcimento del danno: tutti hanno diritto ad essere curati, anche se non tutti hanno diritto a cure gratuite, destinate esclusivamente agli indigenti, cioè a coloro che non sono in grado di far fronte economicamente alle cure indispensabili per la proprie salute (il termine “indigenti” non viene qui adoperato come sinonimo di “poveri”).

Viene escluso qualsiasi obbligo a curarsi, viene, al contrario, affermato il diritto a non essere curati, se non nei casi previsti dalla legge (ad esempio, vaccinazioni obbligatorie per prevenire malattie infettive, oppure provvedimenti di cura e di isolamento per soggetti portatori di malattie contagiose). Va, quindi, considerata lecita l’eutanasia passiva consensuale, cioè il rifiuto espresso dal paziente, capace di intendere e di volere e adeguatamente informato, di prolungare le cure mediche, lasciando che la malattia prosegua nel suo decorso naturale. Più complesso è il caso in cui il paziente non sia più in grado di intendere e di volere e, quindi, in grado di pronunciarsi sul suo diritto ad essere curato. Tuttavia, anche recenti sentenze della Magistratura hanno precisato che il giudice può autorizzare la disattivazione di apparecchi che tengono in vita il paziente in coma quando vi sia la prova certa che il malato abbia o avrebbe dato il proprio consenso e quando la condizione di stato vegetativo sia irreversibile.

Il diritto alla salute coincide, tradizionalmente, col diritto al rispetto dell’integrità fisica dell’individuo; ma nella concezione solidaristica della Costituzione esso comporta anche il diritto all’assistenza sanitaria: infatti, con la riforma sanitaria del 1978, l’istituzione del servizio sanitario nazionale ha esteso l’obbligo dello Stato di assicurare le prestazioni sanitarie e farmaceutiche non solo agli indigenti, ma anche a tutta la popolazione.

La protezione della salute, intesa come diritto di accedere alla prevenzione sanitaria e di ottenere cure mediche, è stata inserita anche nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea